di Luca Meldolesi

Ho scritto altre volte che, nel tempo, mi sono abituato a dialogare con Eugenio Colorni e con Albert Hirschman come se fossero presenti, magari ragionando su questo o quello spunto che ci hanno fornito e che risulta utile per chiarire la situazione in cui ci troviamo (e/o per illuminare la strada che ci attende). Così ho pensato che, anche per concludere questa piccola serie di lettere in attesa del 14 dicembre, mi piacerebbe “dare un’idea” di come funziona concretamente questo peculiare “collegamento skype”.

D’altra parte, – ho pensato – chi ha incontrato da poco questo modo di ragionare potrebbe gradire un esempio, magari semplice, chiarificatore; mentre chi lo ha appreso da tempo preferirebbe probabilmente leggere qualcosa di nuovo, diverso da ciò che ha potuto apprendere dai libri di Eugenio e di Albert (o dai miei). Combattuto tra queste due esigenze, non sapevo decidermi. Poi d’un tratto m’è venuta un’idea. E’ stato quasi un colpo di fortuna: un vecchio amico, Michele Salvati ha pubblicato su “La lettura” domenicale del “Corriere” del 1° dicembre una lunga recensione di due testi di Massimo Salvadori sulla storia d’Italia e le crisi di regime.

Mi sono detto: per progredire ancora, dopo tanti sforzi che Nicoletta ed io abbiamo profuso sul tema del funzionamento dello Stato (sul centralismo e sul federalismo democratico), potrei occuparmi brevemente della questione più propriamente politica ad esso collegata, magari riferendomi all’Italia.

D’altra parte, pur essendo sempre stato un europeista federalista, Albert, com’è noto, non si è mai interessato esplicitamente del funzionamento del settore pubblico1; ed ha concentrato il suo lavoro sulla democrazia. (Ne abbiamo parlato tante volte. A partire dall’inizio degli anni Ottanta egli ha cominciato a scrivere brevi testi sulla democrazia in America Latina2 per poi sviluppare il ragionamento per i paesi sviluppati, seguendo così un procedimento tipicamente antropologico; fino a scrivere la sua ultima monografia-capolavoro – Le retoriche dell’intransigenza 3 – contornata da altri contributi chiarificatori4).

La domanda prorompente nella mia mente è allora diventata questa: è possibile partire dall’excursus Salvati-Salvadori sulla storia italiana (accennato più sopra) ed ispirarsi liberamente al corpus di testi di Hirschman (appena richiamato) per fare qualche passo in avanti nell’interpretazione delle difficoltà in cui si dibatte ancor’oggi il nostro sistema democratico, e per trovare di conseguenza alcuni bandoli dell’ingarbugliata matassa che ci attende, prossimamente su questo schermo?

La mia impressione è che sia possibile. Ciò che segue intende proporre brevemente, a scopo esemplificativo, una delle tante stradette intellettuali che potrebbero esser battute per verificare, se non altro, la veridicità di tale sensazione.

“Perché in Italia – scrive Michele Salvati – non è mai stato possibile un forte ricambio di governanti, forte ma non traumatico? E perché, quando un ricambio forte è avvenuto, negli anni Venti e poi negli anni Quaranta del secolo scorso, esso ha prodotto un mutamento traumatico di regime politico dalla democrazia alla dittatura fascista e poi dalla dittatura alla democrazia?”
Ed in seguito – vien da domandare – cosa è accaduto? Questo problema è forse scomparso? “No, – risponde Salvati richiamando l’argomentazione di Salvadori – l’antica maledizione non è scomparsa, ha solo cambiato forma. Oggi una fuoruscita dal sistema democratico non è pensabile e, di fatto, a partire dal 1994, un ricambio di governo di élite politiche in violento contrasto tra loro si è avverato più volte [...]. Ma resta il problema che esse rifiutano di riconoscersi come idonee a governare, che ognuna considera l’accesso al governo dell’élite avversaria come una sciagura per il Paese e non come un evento normale della democrazia. Di conseguenza esse cercano di impedire che il ricambio avvenga, da un lato esasperando i toni ideologici dello scontro, dall’altro promuovendo alleanze e compromessi i quali, in caso di successo elettorale impediranno loro di governare in modo efficace”5.
Sì, d’accordo – m’è venuto da reagire a caldo, interrompendo la lettura. Ma così si resta nell’ambito del predicozzo. Sarebbe necessario capirne di più: sia riguardo alla nostra condizione specifica, sia riguardo al tema teorico in generale.

In sintesi, me la caverei così.
Primo: si può pensare quello che si desidera delle “tare” italiane (io stesso – l’ho già accennato nella lettera 2 – ho parlato a lungo di maladie d’amour, di tre flagelli, di rapporto tradizionale tra signore e servo, dei grandi danni del centralismo italiano ecc.). Ma è vero che ci troviamo anche di fronte ad una questione generale, riscontrabile in tanti paesi – arretrati ed avanzati6. Infatti, il bersaglio principale di Le retoriche dell’intransigenza, il libro chiave dell’ultimo Hirschman di cui si discorreva, è l’argomentazione politica negli Stati Uniti, in primo luogo quella della destra americana. E non si può certo dire che anche oggi le cose siano migliorate davvero…
Secondo: per comprendere effettivamente queste difficoltà, bisognerebbe possedere, dunque, una teoria convincente della genesi e dello sviluppo della democrazia. Qui il mio lavoro sul magnus opus di Albert mi aiuta davvero. Perché, come ho spiegato altrove7, la fase elaborativa degli anni Ottanta-Novanta di Hirschman ha alle sue spalle quella degli anni Sessanta-Settanta; ed è in quest’ultima che il ragionamento di Albert si aggancia già allora alla teoria della nascita della democrazia di Dankwart Rustow8. Infatti, in un famoso articolo del 19709, dopo aver studiato la genesi della democrazia in Svezia ed in Turchia (ed averne generalizzato i risultati per una ventina di paesi), questi sostenne che la democrazia nasce fondamentalmente dall’impasse che si verificanella lotta tra due parti in conflitto. E’ l’incapacità dell’una a sottomettere l’altra e viceversa al fondamento dell’accordo sulle regole entro cui si svolge, da allora in poi, l’agone democratico. Terzo: ho incontrato Rustow una sola volta a New York, a Manhattan, in un piccolo appartamento che guardava sul fiume Hudson, quando stavo scrivendo Alla scoperta del possibile. Il mondo sorprendente di Albert O. Hirschman (manco a dirlo, su suggerimento di quest’ultimo). In seguito, cercai di ripescarlo, ma Albert mi scoraggiò10. E mi è sempre rimasto il desiderio di generalizzare la sua intuizione. Perché, a mio avviso, quando una società perde l’orientamento (la Trebisonda, diceva mia madre, riferendosi probabilmente senza saperlo alla navigazione del Mar Nero) il dna della sua nascita democratica si fa sentire di nuovo, il conflitto si acuisce e bisogna passare per una nuova impasse per ritrovare più avanti un funzionamento più morbido e ragionevole della democrazia.

A mio avviso, il grande sforzo, rivolto ai paesi arretrati come a quelli sviluppati, della critica di Albert delle retoriche dell’intransigenza e delle loro radici culturali (accennato più sopra), ha fondamentalmente lo scopo di migliorare quel funzionamento11. Ma poi, in un saggio per un incontro a Dresda del 1994, egli ha anche scritto l’inverso. Ovvero, pensando alla Germania, ha affermato che è il conflitto (e non lo spirito comunitario) che “tiene insieme” indirettamente le nostre società democratiche12.

Conclusione: la democrazia è un sistema politico delicato che deve guardarsi da due pericoli siamesi – quello della contrapposizione frontale e quello dell’assuefazione supina. Ritroviamo qui il sentiero stretto, eppure possibile, tra due soluzioni non desiderate, tipico della costruzione albertiana. La creazione di una mentalità democratica (aperta, libera, capace di rimettere sempre in discussione le proprie certezze, disposta ad ascoltare e ad imparare, salda nelle proprie idee e nello stesso tempo desiderosa di confrontarle ed eventualmente di svilupparle con l’apporto altrui, generosamente protesa verso il progresso) diventa così la vera garanzia che, volta per volta, si riesca ad evitare il peggio ed a ritrovare la strada smarrita.
E siccome il sistema politico italiano, in questa vigilia natalizia, sembra dare qualche segno effettivo di cambiamento, non ci resta che augurarci che, nel nostro prevedibile futuro, magari a passi felpati, quell’“antica maledizione” – per dirla con Salvadori e Salvati – cominci finalmente ad uscir di scena…

 

NOTE

1 Pensava probabilmente che è un tema troppo intricato e specifico per chi è fondamentalmente un apolide che intende lavorare su gruppi di paesi (sia centralisti, sia federalisti). Ciò non ha impedito, tuttavia, ad Albert di apprezzare gli sforzi nazionali in materia – come quelli di Aaron Wildavsky per gli Stati Uniti o quelli di Michel Crozier e di Catherine Gremion per la Francia.

2 Mi riferisco, in particolare, a “In Defence of Possibilism” ed a “Notes on Consolidating Democracy in Latin America” (ora in AOH, Rival Views of Market Societies, 1986, Cap. 8 e 9).
3 L’edizione in inglese ha per titolo The Rhetoric of Reaction (1991); ma (come si capisce dalla vicenda narrata a p. 60 di AOH A Propensity to Self-Subversion – 1995) il vero titolo del testo è quello dell’edizione in italiano (in spagnolo ed in portoghese). Infatti, dopo aver scritto il famoso Cap. 6 del libro – quello auto-sovversivo che mostra l’esistenza delle tre retoriche progressiste dirimpettaie di quelle reazionarie – Albert avrebbe voluto modificare il titolo del volume in The Rhetoric of Intransigence, ma l’editore si oppose.

4 Mi riferisco, in particolare, a “The Rhetoric of Reaction – Two Years Later”, “Opinionated Opinions and Democracy”, “My Father and Weltanschauung, circa 1928” e “Doubt and Antifascist Action in Italy, 1936-1938” (ora in AOH A Propensity to Self-Subversion – 1995, Cap. 2, 4, 7 e 9) .

5 “La mancanza di efficacia e di conseguenza l’insoddisfazione dei cittadini – prosegue il passo – creerà poi le condizioni per la prevalenza dell’élite avversaria nelle successive elezioni. In casi particolarmente gravi può intervenire una crisi di sistema: [...] e il presidente della Repubblica promuove la formazione di governi ‘tecnici’ o un accordo provvisorio tra partiti fortemente avversi, ma, a suo giudizio,… meno anti-sistema di quelli lasciati fuori dall’accordo. Salvadori fa benissimo – commenta Salvati – a immergere le vicende politiche di oggi [...] nella storia lunga del nostro Paese”.
6 Questo punto mi pare che sfugga al duo Salvadori-Salvati. Infatti, quest’ultimo scrive: “immersi nella quotidianità, nella lettura dei giornali, tendiamo a dimenticare quanto esse dipendano da uno State and nation building distorto e incompleto, o quantomeno più distorto e incompleto che negli altri grandi Paesi europei cui ci confrontiamo. Il ‘fare gli italiani’ secondo il progetto liberale cavouriano si rivelò subito impresa di grande difficoltà e, se una cosa sorprende, è il relativo successo che esso ebbe”. E’ una sorpresa questa – se mi posso permettere di commentare – che porta acqua al mio mulino. Perché mostra che, nonostante le difficoltà di partenza (che peraltro esistono in tanti paesi del mondo, inclusi quei Brics che oggi vanno per la maggiore), esiste purtuttavia, in certe condizioni, un grado di autonomia della politica che consente di progredire. Perché, insieme alle caratteristiche specifiche, esistono anche aspetti generali, propri del funzionamento della democrazia, che, se non altro, posson’esser talvolta leniti da un’intelligente determinazione politica.
7 Meldolesi 1994, Cap. 8.
8 Cfr. AOH A Bias for Hope 1971, p. 30; Shifting Involvements 1982, Cap. 6; The Rhetoric, p. 5-6, 77-80, 146-48.
9 Rustow “Transitions to Democracy: Toward a Dynamic Model”, Contemporary Politics, aprile 1970.

10 Mi fece capire, se non ricordo male, che Rustow era incappato in una vicenda poco commendevole con dei petrolieri. 11 In altri termini: il partito preso, il giudizio ideologico indipendente da basi fattuali concrete, l’intransigenza e le sue retoriche sono scorie, obnubilazioni della ragione che vanno superate con una capacità consapevole di padroneggiarle e dissolverle. Ciò richiede, inoltre, una notevole flessibilità (e persino alternanza) di comportamento. Perché, da un lato è necessario giungere a convinzioni chiare tramite inchieste, ricerche, riflessioni senza aver paura di andare fino in fondo, alla radice dei problemi; ma dall’altro è indispensabile aprirsi al confronto, cercare il dialogo, esser capaci di ascoltare e di proporre le proprie idee in modo chiaro, documentato, disarmante – tale che possano essere comprese ed accolte anche da persone inizialmente lontane dal proprio punto di vista.

12 Mi riferisco a “Social Conflicts as Pillars of Democratic Market Societies”, ora Cap. 20 di AOH A Propensity to Self-Subversion – 1995.