Il seminario dal titolo “Il contributo di AOH alla valutazione e la valutazione pluralista” di Nicoletta Stame si inserisce all’interno di un esperimento. L’esperimento è quello condotto nel “Laboratorio 3 – Piano territoriale e paesaggistico ambientale” (con tema di studio: la pianificazione metropolitana) dal prof. F.D. Moccia (docente di urbanistica del Dipartimento di Architettura dell’Università Federico II di Napoli) e da Valeria Aniello (Nucleo di valutazione della Regione Campania) che ha già tenuto recentemente un seminario sui temi della valutazione e dell’approccio allo sviluppo di Hirschman.

Di che esperimento si tratta?

Nel laboratorio si sta provando a contaminare gli studenti, futuri urbanisti, paesaggisti e pianificatori, con cognizioni, idee e strumenti che derivano da altre discipline e che utilizzano approcci diversi. In questa logica si inserisce perfettamente il pensiero di Hirschman, scienziato sociale del trespassing, con le sue spinte all’andare oltre il proprio angolo di visuale per allargare la mente e approfondire la conoscenza. È questo l’insegnamento principale che Nicoletta Stame ha cercato di far passare, come se fosse una riforma. E lo ha fatto raccontando della vita di Hirschman, e di come, con il suo modo di essere uno scienziato sociale, abbia cercato di arrivare al perché delle cose, di spiegare i successi e gli insuccessi di una politica e del modo, con il continuo passaggio da una scienza ad un’altra e l’osservazione diretta sul campo, attraverso il quale individuare quei meccanismi in grado di favorire o rallentare lo sviluppo o di determinare il successo degli interventi. Ed ha provato a parlare di Hirschman e di valutazione (facendo riferimento anche al concetto delle “risorse nascoste, disperse e male utilizzate”, a quello della “mano che nasconde”, all’attenzione di Hirschman alle conseguenze inattese, alla valorizzazione degli elementi positivi e all’interazione di uscita e voce nei processi di cambiamento) inserendosi sul solco tracciato dal laboratorio nel quale la formazione sulla pianificazione metropolitana si basa sull’ipotesi che la metropoli rappresenti un’istituzione diversa dalla città tradizionale (ma anche dalla Provincia) e con i lineamenti ancora da definire. Per cui bisogna andare alla ricerca di quelle strutture e quelle forme che possano descrivere una realtà complessa e troppo spesso ricondotta, senza comprenderla veramente, a moduli del passato privi di forza interpretativa. In questa ricerca delle forme (e della sostanza), è la convinzione di Moccia, le città metropolitane devono trovare elementi di specificità su cui lavorare, per non essere una ripetizione di quello che già c’è, e la pianificazione diventa un‘azione politica, che necessita della valutazione. Quello che è emerso dalla discussione è che la tendenza della pianificazione urbanistica a disegnare un piano operativo ampio e a calarlo dall’alto sui territori per poi dividerlo in parti a seconda delle varie necessità non funziona nella realtà. Il piano operativo deve avere un orizzonte temporale di breve periodo per tenere conto dei cambiamenti che sono provocati nel contesto territoriale dalle azioni del piano. La valutazione deve percepire questi cambiamenti e poi indirizzare il piano operativo che, gioco forza, si realizzerà per tentativi (e non in funzione di una presunta perfezione di un piano onnicomprensivo). In questo senso la valutazione legata alla pianificazione diventa una pratica sociale, e il valutare diventa lo strumento per capire il cambiamento. E per capirlo veramente, questo cambiamento, l’unico modo è non fermarsi ai numeri ma andare a guardare sul campo, legando diversi aspetti e ragionando su cosa è successo e su cosa si può fare. Per cui valutare, secondo Nicoletta Stame, non vuol dire vedere se si sono ottenuti i risultati previsti, ma capire cosa ha funzionato meglio, dove, perché e come e ricercare quelle conseguenze positive e inaspettate che possono generare il cambiamento.

seminario nicoletta 22 11 2016 c