di Luca Meldolesi (13 novembre 2016)

 

Cari amici,

è vero: si scrive spesso per capirsi e per capire. Per l’appunto: oggi vorrei capire perché mi trovo così a mio agio nel costruire finalmente, così almeno mi pare (nonostante tutto), mattoncino per mattoncino, una sorta di ponticello transatlantico ideale. Era da vent’anni e più che Nicoletta ed io volevamo cominciare questo lavoro. Ma solo ora, dopo tanta acqua passata sotto i ponti, l’Istituto Colorni-Hirschman, le vicende della Conferenza sull’Hirschmans Legacy ed il dialogo Harvard-San Biagio hanno cominciato a trascinare inaspettatamente anche Tommaso, Marco, Paoletto ecc. ecc. Ed adesso, riprendendo un’esperienza pionieristica calabrese, cerchiamo anche di proporre la “questione-ponte” alla Regione Campania, domani forse al governo…

Perché – mi sono domandato – è così divertente lavorare contemporaneamente lì e qua: in Campania e nel Massachusetts? Probabilmente per più di una ragione.

Come prima, pongo la forza culturale, economica e politica degli italiani e degli italici d’America. Ne abbiamo parlato altre volte: con la globalizzazione, la rivoluzione nei trasporti e le aperture esistenti in loco troviamo fortunatamente interlocutori oltreoceano. Certo, assediati dalle loro vicende interne e da cento problemi mondiali (crisi, terrorismi, continenti interi in subbuglio, l’ascesa dell’Asia ecc.) gli americani non si occupano, generalmente, dell’Italia. Se si riferiscono all’Europa, pensano alla Gran Bretagna, alla Germania, alla Francia. Il nostro Paese vien fuori solo quando il discorso cade sui piaceri della vita (musica, beni culturali, enogastronomia, design, moda ecc.). L’Italia è, anche per loro, il luogo della simpatia, del buon vivere, del turismo culturale e religioso. A differenza del passato, quando in tante conversazioni si avvertiva una sotterranea denigrazione (all’inglese) a nostro danno, oggi l’italianità e l’italicità sono accettate in Us, magari con una sorta di “benign neglect” divertito. Ciò consente dunque (finora, perlomeno: assai più che in passato) l’evolvere positivo dei nostri “traffici e mercati”…

Come seconda ragione, penso alle conseguenze da noi, al fatto che in questo rapporto il Sud italiano può trovare sbocco. È l’esperienza di tanti giovani che abbiamo seguito, per tanti, tanti anni di fila (basta guardarli in faccia prima e dopo la cura del Global Village o di Cambridge Mass). È l’esperienza di alcune vicende imprenditoriali del nostro giro (di Antimo, di Francesco M, ora di Renato) che intendiamo irrobustire e (se sarà possibile) aprire a tante altre imprese, coop ecc. È ciò che potrebbe aiutarci a risanare e rilanciare le nostre realtà produttive e le nostre istituzioni. In altre parole, rappresenta, il lavoro d’interazione transatlantica che stiamo sviluppando, un’alternativa concreta, importante al tradizionale assoggettamento meridionale al Nord, alle istituzioni locali e nazionali, all’Europa. Su tutti questi piani, ci interessa – certo – esser presenti, avere (se è possibile) un’influenza positiva; ma a partire dal nostro protagonismo, per costruire un rapporto tra eguali. Ora, la sponda americana (e più in generale italica) ci offre in proposito un’insperata libertà di movimento; ci fa uscire (almeno in parte) da un certo incapsulamento locale, nazionale ed europeo in cui ci sentiamo incastrati, avviliti; ci consente di vivere in modo più distaccato e critico le vicende economiche e politiche della nostra regione, paese e continente, e di costruire via via qualcosa di utile per noi e per tutti.

A questo punto, mi pare di avere un’esperienza sufficiente di vita in UK (dove, da giovani, N ed io abbiamo vissuto tre anni), in Francia e in Germania per sapere che in nessuna delle tre potenze maggiori europee si accetta un rapporto paritario nei riguardi dell’Italia (e tantomeno del Mezzogiorno). Gli italiani e gli italici sono benvenuti localmente solo se si accodano al carro nazionale dell’uno o dell’altro paese maggiore che poi cerca di primeggiare rispetto agli altri. Inoltre, l’atmosfera di Bruxelles è ancora peggiore, perché risente di quelle e di altre spinte, mente vive su una nuvoletta (tipo Benelux), lontana mille miglia dall’Europa reale – del Sud, ma anche di tante parti del Nord e dell’Est. Morale: la sponda americana (e più in generale italica world-wide) aiuta la nostra autonomia. Ci aiuta a credere nelle nostre potenzialità: anche rispetto ai nostri potenti vicini; anche in ciò che di buono possiamo fare a Berlino, a Parigi, a Londra. Consente di sortire dall’ideologia falso-europeistica per riprendere, invece, il cammino della costruzione di un’Europa tra uguali.

È non è tutto qui. Esiste, infine, un’ultima, decisiva ragione coloroniana che spiega perché ci troviamo così a nostro agio nel costruire quel ponticello. Per tanto tempo, confrontandoci con i maggiori paesi europei, siamo stati accusati di avere scarsa coscienza nazionale, senso civico, rispetto pubblico ecc. ecc. Ma la nostra rincorsa diciamo così, di un paio di secoli ormai, non ha avuto finora un esito felice. Fors’anche perché, mi vien da ipotizzare, non abbiamo saputo giocare le nostre carte migliori. L’Italia è uno dei pochi paesi che non cova risentimento, jingoismo, pretesa di dominio. E per questo non se lo aspetta nemmeno dagli altri (tanto che a me tocca spiegare questa questione cento e cento volte). Ma se allora facessimo mente locale, capissimo che la nostra strada non è quella del nazionalismo e dell’imperialismo di ritorno che oggi vediamo “rispuntare” un po’ dappertutto (anche in Asia, in Medio Oriente ecc.), non potremmo ridefinirci insieme agli italiani ed agli italici del mondo come una patria di nuovo tipo che lavora per l’incivilimento: nostro ed altrui? E non potrebbe scaturire da questa maggiore interazione anche una soluzione progressiva dei nostri mali atavici?

È questo il pensiero con cui vi consiglio di aprire, cari improbabili, un libro interessante ed anche divertente appena uscito da Bompiani: Italia. L’invenzione di una patria, di Fabio Finotti che insegna Italian Studies alla Pennsylvania University di Fildelfia e che prende il ragionamento ab ovo: da Ulisse e da Enea! Ha per sottotitolo: “Siamo italiani, o lo diventiamo? E come noi, non possono diventarlo altri?”.

Luca

 

A supporto della lettera di Luca, Nicola Lamberti ha richiamato il discorso sul fare di Renzo Piano, fatto nel 2010 nella trasmissione televisiva “Vieni via con me”, le cui parole spiegano l’italianità da una prospettiva interessante che molto evidenzia il potenziale che sta dietro il “ponticello”.

«È importante il verbo fare. Fare, costruire è la più antica scommessa dell’uomo, insieme allo scoprire, al navigare e coltivare i campi. È un nobile mestiere quello dell’architetto se fatto bene. Fare bene. Per fare bene bisogna capire e ascoltare. È un’arte complessa quella dell’ascolto. È difficile perché spesso le voci di quelli che hanno più cose da dire sono discrete e sottili. Ascoltare non è obbedire, ascoltare non è trovare un compromesso, ascoltare è cercare di capire e quindi fare progetti migliori. Fare per gli altri. Si diceva una volta fare il bene comune. Bisogna sempre ricordare che fare architettura significa costruire edifici per la gente: università, scuole, sale per concerti. Sono tutti posti che diventano avamposti contro l’imbarbarimento. Sono luoghi per stare assieme, per fare cultura e arte. L’arte ha sempre acceso una luce negli occhi di chi la frequenta. Fare con attenzione, perché la terra ha scoperto, e ci ha ormai avvisato, la propria fragilità. Per questo non credo nell’energia nucleare e credo fermamente nelle energie rinnovabili. L’Italia non ha giacimenti di uranio, l’Italia ha molto sole e tanto vento. Fare bellezza. La bellezza è imprendibile, se allunghi la mano ti scappa, ma se la definisci, come facevano i greci, “il bello e il buono che stanno insieme” allora tutto diventa possibile. La bellezza e l’utilità messi insieme vincono il formalismo, vincono l’accademia. Fare silenzio, cioè costruire emozione, talvolta l’architettura cerca il silenzio e il vuoto in cui la nostra coscienza si possa ritrovare. Il silenzio è un po’ come il buio, bisogna avere il coraggio di guardarlo e poi pian piano si comincia a vedere il profilo delle cose. Quindi l’architettura è anche l’arte di creare i luoghi per il silenzio per la meditazione. Lasciar fare. Bisogna lasciar fare ai giovani, bisogna mettersi un po’ da parte. Nel mio studio lavorano ogni anno venti studenti provenienti da tutto il mondo. Bisogna valorizzare il talento. Bisogna che la politica faccia i concorsi, ci sono tantissimi giovani talenti che non hanno nulla da fare. Oggi un architetto in Italia ha poche possibilità prima dei 50 anni. C’è un’intera generazione che è stata tradita. La politica teme il talento perché il talento ti regala la libertà e la forza di ribellarti. Andare via o restare? Secondo me i giovani devono partire, devono andar via, ma per curiosità, non per disperazione, e poi devono tornare. I giovani devono andare per capire come è il resto del mondo, ma anche per un’altra cosa ancora più importante: per capire se stessi. Perché c’è un’italianità che non è quella dell’orgoglio nazionale. Noi dobbiamo capire una cosa, noi italiani siamo come dei nani sulle spalle di un gigante, e il gigante è la cultura, una cultura antica che ci ha regalato una straordinaria e invisibile capacità di cogliere la complessità delle cose, articolare i ragionamenti, tessere arte e scienza assieme. Questo è un capitale enorme e per questa italianità c’è sempre un posto a tavola in tutto il resto del mondo».

Vieni via con me – Renzo Piano: cosa significa fare (22-11-2010)

https://www.youtube.com/watch?v=XRA4Bz5Y4dI