di Francesco Messina

Lavoro da dodici anni. Ho iniziato a ventiquattro; tre mesi dopo la laurea. Appena laureato in economia a Catania, fui preso da Meldolesi alla Presidenza del Consiglio dei Ministri per ricoprire il ruolo di tutore per l’emersione del lavoro irregolare. Questa esperienza ha inciso profondamente, non tanto per il prestigioso lavoro, che durò solo due anni, né da esso promanarono fondamentali contatti professionali, fu piuttosto l’impalcatura teorico–pratica che mi fornì Meldolesi, economista anomalo rispetto a quanto io fino a quel momento avessi studiato.

Amavo l’economia teorica, avevo scritto una tesi di laurea che mischiava diritto ed economia, dimostrando con un modellino di teoria dei giochi che i giuristi potevano anche avere torto nel prendere le decisioni1. Quello della teoria economica era (ed è) un mondo di astrazione in cui mi trovavo particolarmente a mio agio: prendi un bandolo della matassa (uno qualsiasi), inventa un modello che sia coerente con i principi della teoria neoclassica et voilà, ecco sfornato un prodotto che piace ai docenti. Così furono tre i docenti catanesi che mi presero in simpatia: Maurizio Caserta, Mariella Musumeci e Roberto Cellini. Con quest’ultimo avevo scritto la tesi di laurea, con il primo stavo da tempo discutendo di applicazioni concrete di policy sul territorio2 con la professoressa Musumeci avrei avviato da lì a poco una collaborazione di tre anni assistendone la cattedra3. Ero avviato ad un classico percorso universitario, convinto che il dottorato mi avrebbe per lo meno divertito. Poi questo tranquillo e placido corso della storia venne sviato.

Luca Meldolesi lavorava già dal 2000 al Governo4, aveva reclutato dei giovani laureati in diverse regioni del sud Italia e ne cercava altri. L’amicizia con i docenti gli forniva dei referee preferenziali per reclutare altri giovani e così, l’amicizia tra Luca e la professoressa Musumeci mi fece conoscere il Professore. Ricordo quell’incontro nei più piccoli dettagli. Musumeci mi disse che Meldolesi cercava giovani che volessero lavorare con lui al Governo, sarebbe venuto l’indomani e io sarei stato candidato a discutere con lui. All’epoca avevo solo un vestito con tanto di panciotto e non mi sembrava neanche strano presentarmi ad un appuntamento così importante in maniera così maldestra, e impreparata; oggi ne rido.

L’incontro si svolse nella stanza della professoressa. Meldolesi mi chiese cosa avevo studiato, l’argomento della mia tesi e i miei interessi. Il mio background era così marcatamente teorico, così lontano dalle sue quotidiane avventure sul territorio, che circa dodici minuti dopo l’avvio della nostra discussione essa poteva dirsi già conclusa con una netta asserzione mia: “Professore, io ho studiato teoria dei giochi, non so nulla di sommerso e di economia del lavoro, preferisco chiarirlo immediatamente cosìchè Lei non perda il suo tempo”. Luca rispose: “Lei non è proprio adatto, non ha le competenze che ricerco. Domani devo essere a Messina per un incontro con gli altri tutori, perché non viene a vedere ? Si renderà conto anche Lei di non avere le caratteristiche richieste”.

Meldolesi mi lasciò tra le mani una nota che distribuiva ai nuovi tutori. Erano dieci punti su come affrontare il lavoro. Di tutti quei punti uno illumina ogni mia giornata, ancora oggi, quasi quattromila giorni dopo: “se vi divertite va tutto bene”.

Dormì profondamente quella notte, poiché non sentivo su di me alcuna responsabilità se non quella del tassista, avrei dovuto accompagnare un docente da una città all’altra, stare qualche ora e fare dietro front. L’incontro prese avvio in maniera convulsa, Luca mi volle accanto a sé. Tutti seduti attorno ad un enorme tavolo ovale della sede della Provincia di Messina, i tutori svisceravano problematiche eminentemente concrete: “il presidente di tale o tal’altra provincia fa…, non fa… e noi potremmo…, faremo…”. Insomma, io non capii niente. Durante la pausa Luca si avvicinò ad un amministrativo, mi guardò e gli disse in mia presenza: “il dott. Messina può firmare il contratto, inizia da subito”. Mentre tutto attorno a me turbinava, mentre sentivo la pressione salire, l’unica voce che sentii fu quella di Gregorio Porcaro che mi disse “welcome on board”.

Le motivazioni di quella scelta mi rimasero ignote per anni, né Luca me le ha mai rivelate. Ma in seguito addivenni ad alcune conclusioni. Io uno sforzo d’immaginazione l’ho fatto, ho cercato cioè di capire dove e quando Meldolesi credette in me e quali parole poterono fare breccia. Eravamo sull’autostrada Catania – Messina, si parlava di sommerso e io brancolavo nel buio. Non capivo come l’economista avrebbe dovuto aggredire il tema: in fondo – pensavo – se il costo della punizione, moltiplicata per la probabilità di essere scoperti, è più basso del beneficio (in termini di produttività del lavoro e mancato pagamento di tasse e contributi) l’imprenditore opterà per il sommerso. Quattro variabili (costo del lavoro, produttività, probabilità di essere puniti, costo delle tasse e contributi) un modellino al volo, et voilà, les jeux sont faits. Ma questo pensiero lo tenni per me, consapevole che se un noto economista decide di intraprendere la strada delle politiche anti emersione senza suggerire brutalmente alle forze dell’ordine di punire il crimine in maniera massiccia, di non puntare ad un abbassamento di tasse e contributi, né di abbassare le rivendicazioni sindacali, sarò stato io a non avere le idee chiare.

Così scavai nella mia mente, mentre ero alla guida, e trovai un ricordo, un ricordo spiacevole della mia infanzia. Gaetano, il fratello del mio più caro amico d’infanzia, lavorava in un’officina meccanica da circa sei anni quando, un brutto giorno, gli cadde sul piede il differenziale di un camion tranciandogli di netto quattro dita. Finì in ospedale e dovette dichiarare e far annotare sulla scheda di ingresso il falso. In presenza dei carabinieri di pattuglia in ospedale dovette dichiarare di essersi causato il danno da solo, smontando maldestramente un’auto sotto casa. Il motivo era semplice per me e all’epoca mi indignò molto poco, ma potrebbe non esserlo per il lettore: se egli avesse dichiarato la verità, sarebbe anche scattata la procedura penale a carico del datore di lavoro, visto che egli era in nero, la voce dell’infamia compiuta da Gaetano (come ancora accade per i pentiti di mafia) si sarebbe sparpagliata rapidamente tra i meccanici della zona e nessuno l’avrebbe più voluto nella propria officina. Questa sentenza di condanna venne vissuta nella famiglia del mio amico con grande rassegnazione. Nessuno pensò fosse possibile intentare una causa e tutto andò liscio (per il meccanico, ovviamente). Ovviamente, le vaghe speranze di riavere il proprio posto di lavoro una volta superata l’operazione furono spazzate via e Gaetano si trovò senza quattro dita e senza lavoro. Non so se sia stato questo a convincere il Professore, ma sicuramente in quella sede ho scoperto di conoscere il sommerso molto da vicino.

Dopo i due anni di esperienza governativa, mentre con Mauro, il mio socio, prendeva corpo l’idea di avviare una nostra autonoma società di consulenza, vinsi il dottorato in economia pubblica e sviluppai un lavoro di tesi volto a dimostrare che, se la conoscenza circola sempre nello stesso ambito (come accade nei distretti industriali) la probabilità di sviluppare un’innovazione può rallentare anziché accelerare. Fu il mio modo per riconciliare due mondi, quello dell’osservazione sul campo con quello teorico e dei modelli, ma al di là dei risultati ottenuti, io dal conseguimento del titolo di dottorato non misi più piede in facoltà, avevo finalmente operato la mia scelta.

Nel 2006, grazie ad un progetto formativo e di tutoraggio alle imprese costruito insieme a Meldolesi, riuscimmo a creare a Catania un gruppo di giovani professionisti e con loro affiancammo circa trenta imprese in un percorso di internazionalizzazione. Il percorso era interessante, perché mutuava il format già creato dalla rete di Meldolesi in Calabria e perché aiutava realmente le imprese, modificando il percorso d’aula sulla base delle istanze provenienti dalle imprese. Dentro quell’aula era presente un imprenditore, da poco aveva lanciato un’associazione di imprese con l’obiettivo di migliorare la vivibilità della zona industriale di Catania e strutturare un dialogo con la pubblica amministrazione che non fosse basato sulla cieca vessazione. A questo imprenditore sembrò logico presentare un gruppo di giovani professionisti specializzati nella formazione e nello sviluppo locale al direttivo dell’associazione stessa e per tale via nacque un’assistenza che durò quattro anni. Durante quei quattro anni di assistenza, l’associazione passò da 5 a 70 iscritti e gemmò altre 3 associazioni, in Puglia, in Campania e in Calabria. Suscitò anche la curiosità di gruppi di imprese in Emilia Romagna dove ci trovammo più volte a raccontare l’esperienza. Ci accorgemmo già in quel frangente che stava maturando un atteggiamento diverso nell’imprenditore, sempre più attento a difendere gli interessi della sua area oltre che i suoi personali. Un imprenditore più accorto al settore pubblico come elemento strategico per la sua produttività. Un imprenditore che fino a qualche anno prima avevamo visto rinchiudersi nel guscio del suo stabilimento era sempre più propenso a discutere e ricercare soluzioni che migliorassero il dialogo con gli enti pubblici. Un imprenditore che iniziava a sentirsi cittadino e a dichiararlo.

Quella esperienza finì, lanciammo le associazioni e proseguimmo verso la mera attività consulenziale, sempre con il pensiero fisso alla ricerca di risorse disperse, inutilizzate e mal utilizzate di hirshmaniana memoria. Per tale ragione, oggi, abbiamo coniugato un prodotto consulenziale che attecchisce bene: uniamo la riorganizzazione aziendale al controllo di gestione. Formiamo gli imprenditori mentre miglioriamo le loro procedure e poi passiamo all’analisi dei margini. Non teniamo mai distinte le fasi dell’organizzazione e del controllo, perché il recupero dell’efficienza sta nel binomio inscindibile delle due attività. L’imprenditore oggi, grazie alla crisi, apprezza il recupero d’efficienza e si pone in modo più critico alla ricerca delle inefficienze interne ed esterne. Far nascere team di lavoro trasversali, apprezzare i suggerimenti che arrivano tanto dal dirigente quanto dall’operaio, seduti allo stesso tavolo a progettare procedure più efficienti delle precedenti è uno dei modi che abbiamo per scoprire ogni giorno che – spesso – l’aumento di produttività è possibile senza spendere neanche un centesimo. Questo è un insegnamento che si fa pratica quotidiana e che abbiamo avuto la fortuna di riversare in due casi anche presso la pubblica amministrazione e, anche in questo caso, abbiamo potuto notare come il recupero d’efficienza e di produttività sia un cammino culturale arduo e praticabilissimo al tempo stesso.