di Luca Meldolesi

Albert aveva passato le settantina; io mi avviavo ormai alla svolta dei cinquant’anni. Avevo curato ed introdotto la pubblicazione di AOH L’economia politica come scienza morale e sociale (Liguori 1987), un primo libro “napoletano” che contiene anche un mio saggio – “Alle origini del possibilismo: Albert Hirschman 1932-1952”. Naturalmente, se lo si osserva oggi in chiave retrospettiva, ne emergono i limiti, dovuti innanzitutto alle scarse informazioni che avevo allora[1]. Ma il lavoro piacque ad Albert (tanto che, in seguito, lo fece pubblicare anche in francese). Così mi diede l’incarico di curare ed introdurre AOH Come complicare l’economia (Il Mulino, 1988): un libro di maggior impegno (e responsabilità) che si riferiva ad un terreno – quello della critica dell’economia politica – a me più congeniale. Fu allora, se non erro, che cominciai a tirare il fiato e ad impostare ex-novo il mio lavoro napoletano.

Fino a quel momento, avevo fatto diligentemente, ma senza entusiasmo, il mio mestiere di insegnante[2]; ora, invece, me la sentivo di cominciare ad elaborare qualcosa di più utile, per il Sud e per il Paese.

Com’è logico, ero completamente all’oscuro di ciò che sarebbe accaduto da lì a poco: dalla caduta del muro di Berlino a mani pulite. Ma si sentiva nell’aria qualcosa di nuovo e d’incoraggiante rispetto alla morta gora tradizionale della politica nazionale. Cominciai a scrivere qualche articolo sulla stampa socialista (“L’Avanti” , “MondOperaio”). Poi pubblicai su “Nord e Sud” il primo saggio in cui spiegai il mio punto di vista sul Mezzogiorno: “Mezzogiorno, con gioia”. Proseguii con la proposta al Parlamento, che avanzai con Nicoletta, di una Commissione per la valutazione della spesa e delle politiche pubbliche (ricordo ancora l’espressione stralunata di un paio di deputati a cui la presentammo). Ancora: con “Come complicare l’analisi costi-benefici” (conseguenza evidente del come complicare l’economia); e con “Guarir dalla camorra” – un testo sorto dal primogruppo di lavoro napoletano, di cui facevano parte Paolo di Nola (segretario), Ciro Coppa e Gennaro Esposito (alias Paoletto).

Ad un certo punto, sfruttando la situazione favorevole che si era creata con Il Mulino[3], decisi di cucire insieme gran parte delle mie pagine sul nostro Paese visto da Sud in Spendere meglio è possibile (1992) – il libro fondante della nostra avventura collettiva.

Ho già scritto che ho creduto a lungo di aver semplicemente adattato e messo in pratica, nella situazione in cui mi trovavo, il pensiero teorico che ero andato imparando da Albert Hirschman[4], e che probabilmente non sarei stato in grado di scrivere quel libro (e quelli che lo hanno seguito) se non fossi stato convinto di avere il sostegno di Albert dietro le spalle. Ma, ora che tale condizione rassicurante si è rivelata in gran parte illusoria, resta da stabilire quanto di quella elaborazione è effettivamente di provenienza hirschmaniana, e quanto non lo è.

Innanzitutto, è evidente che, riguardo ad altri libri miei sul Sud e sull’Italia, Spendere meglio risente direttamente del lavoro contemporaneo che stavo allora conducendo sull’opera di Albert[5]. Lo si capisce immediatamente, una pagina dietro l’altra. Ma è vero anche che l’intenzione, lo sviluppo del ragionamento e l’uso che ne facemmo esulano in larga misura dalla logica di Hirschman. In primo luogo: il titolo[6] (con il suo riferimento esplicito alla spesa pubblica), l’Introduzione (“Le ragioni della valutazione”) la prima parte (“IL SOGNO DI UNA BUROCRAZIA EFFICIENTE”) hanno ben poco a che vedere con le preoccupazioni intellettuali di Albert che, per tutta la sua lunga ed operosa attività, ha sempre evitato di discutere nel merito il settore pubblico in quanto tale.

“Di fronte all’aggravarsi della crisi del pubblico erario – ho scritto nella Premessa al volume – ed alle difficoltà sperimentate dalle forze politiche nell’imbastire una risposta adeguata mi sono sentito trascinare, per reazione, verso camminamenti scoscesi ed appartati dove era possibile farsi un’idea di alcuni aspetti preoccupanti, generalmente sottaciuti, della nostra realtà[7]. In un certo senso tale itinerario è voluto sorgere da sé, gradualmente, dove la preoccupazione economica sconfina in quella politica (e perfino in quelle psicologiche, sociali, giuridiche) e dove i diversi ragionamenti confluiscono in una battaglia controcorrente per sbarazzarsi di un tipico male oscuro che tormenta il paese”. Alludevo, evidentemente ai capitoli successivi del testo – a “Guarir dalla camorra”, a “Mezzogiorno, con gioia” ed a “Maladie d’amour” – che prendono spunto da questo o quel testo diAlbert, ma rispondono anche all’esigenza di uno “scavo” psicologico e sociale più approfondito, che ha lo scopo di chiarire perché ci troviamo nella situazione corrente, e come nello stesso tempo, possiamo tracciare una netta linea di demarcazione tra comportamenti corretti e patologici, passo indispensabile per costruire nello specifico una politica economica concreta, adeguata allo scopo.

Certo, domina, in tutto questo, la ricerca del possibile di hirschmaniana memoria e con essa uno sforzo di elaborazione minuta che stavo allora imparando da Hirschman. Ma è anche vero che alcuni aspetti che diventeranno decisivi nel nostro lavoro – la formazione a contatto con la realtà, la ricerca continua di proposte e di vie d’uscita adeguate, la passione del risultato, la costruzione di strumenti adeguati a raggiungerlo – sono già allora presenti in nuce (ed esulano completamente dall’esclusiva concentrazione sull’elaborazione, così caratteristica dell’opera della maturità di Albert).

Anzi, è sorprendente che quei tre-quattro aspetti della nostra vicenda siano stati subito messi alla prova, nel fuoco della pratica. Tramite la mia prima esperienza governativa come consigliere di un Ministro della difesa indubbiamente “intrigato” da Spendere meglio (anche se lontano mille miglia dall’idea di cominciare a mettere in pratica quel punto di vista)[8]. E tramite, soprattutto, la metamorfosi dell’insegnamento che riuscii a mettere in moto negli anni successivi e l’invenzione della tesi sul campo come strumento principe di formazione per centinaia di allievi. Ancor oggi, quando incontriamo un nuovo “personaggio in cerca d’autore” è quasi d’obbligo mettergli in mano Spendere meglio – episodio ripetuto, che più d’ogni altro lascia intuire la ragione della longevità di questo volumetto.

Cosa era dunque accaduto? Era accaduto che, in quel periodo turbolento ed avvincente che aveva seguito in Italia la caduta del muro di Berlino, ero riuscito ad inventare alcune proposizioni fondanti che ci hanno poi aiutato nel lavoro: per vent’anni e più.

 

 

 

[1] Soprattutto perché Albert, per ragioni di cautela un po’ cospiratoria, me le centellinava. Infatti, quel saggio, pur con qualche eccezione, si basava solo sugli articoli che Hirschman aveva pubblicato entro il 1952; mentre i suoi testi comparsi su la Review of Foreign Development, il bollettino interno del Federal Reserve Board degli Stati Uniti, mi furono mostrati in seguito, per la cura di AOH Tre continenti (Einaudi 1990). Ed è soltanto in “Fifty Years After the Marshall Plan: Two Posthumous Memoirs and Some Personal Recollections” (Crossing Boundaries, 1997) che Albert ha spiegato, infine, coram populo come erano andate effettivamente le cose…

[2]Augusto Graziani aveva “sdoppiato” (come allora si diceva) la sua cattedra per farmi posto all’Università Federico II di Napoli.. Pagai (tra l’altro) il mio debito di riconoscenza con un incarico in più (di economia politica del primo anno che si svolgeva ad un cinema: c’era in programmazione “Mi manda Picone”(!)). Partecipavo inoltre al cenacolo teorico di Augusto. Invece, l’avvio del mio insegnamento di politica economica fu piuttosto complicato, soprattutto perché gli studenti erano attratti da Graziani e, non avendo ancora provveduto ad una divisone formale (per lettere), preferivano studiare con lui invece che con me. Con l’aiuto di Liliana Baculo e di alcune sue amiche storiche, cercai di parlare di Braudel e di come la sua concettualizzazione metteva alla frusta la teoria economica che avevamo ereditato. Erano le linee di un saggio che usai come introduzione a F. Braudel, I tempi della storia, Dedalo, 1986 (e che pubblicai anche negli Stati Uniti, in “Review” la rivista del Fernand Braudel Center di Binghamton, dove Nicoletta aveva iniziato un Master). Poi, all’improvviso, tutto cambiò: tramite un commento a The Passions and the Interests incontrai all’Institute for Advanced Study di Princeton Albert Hirschman in persona. Tornai a Napoli e dissi candidamente in riunione che mi sembrava di aver trovato una nuova strada. Augusto, intento com’era allora ad un’elaborazione teorica keynesian- marxista, si adirò…

[3] Infatti, avevo anche introdotto e curato AOH Come far passare le riforme (1990).

[4] Anche tramite l’introduzione e la cura della pubblicazione di suoi testi in Italia (citati più sopra) e tramite la mia monografia sul suo lavoro (Alla scoperta del possibile. Il mondo sorprendente di Albert Hirschman, Il Mulino, 1994; tr,. in inglese e in spagnolo)

[5] Ma anche di quello di Fernand Braudel che l’aveva preceduto (cfr. la n. 2), come ad esempio nel mio insistere su quel “vedere e far vedere” che avevo appreso dal grande storico francese. Di mio, per parlare di cose che tutti nel Sud hanno sotto gli occhi senza vederle, aggiunsi l’idea dei “segreti di Pulcinella” – sia nel senso comune che tutti lo sanno, sia in quello meno noto che, pur tuttavia, si tratta di segreti, che richiedono quindi un denouement.

[6] Sarà forse vero che, nonstante gli anni, non riesco a “perdere né il pelo né il vizio”, se quest’anno, tornando dal Canada, ho cercato di dar vita ad una campagna di cambiamento chiamata “MEGLIO”. Val solo la pena d’aggiungere che anche questa volta… non sono riuscito ad andare oltre i primi passi !

[7] Sono le fondamenta di quella “crisi morale” (politica, amministrativa, sociale) da cui, vent’anni più tardi, il Paese non è ancora riuscito ad uscire.

[8] “Accade di rado – scrissi in un Post-scriptum aggiunto all’ultimo minuto (settembre 1992) – che un lavoro appena composto si trovi a scontrarsi subito con la realtà dei fatti. Esso è stato consegnato prima della formazione del governo Amato : debbo ora constatare che, nelle more della sua stampa, i giudici Falcone e Borsellino sono stati trucidati, e che la crisi italiana si è purtroppo inasprita. Inoltre, alcuni ardimentosi interlocutori [... come Franco Reviglio, Salvo Andò ed altri elencati nei ringraziamenti] hanno assunto rilevanti responsabilità governative, e si sono così accinti al difficile compito di riacciuffare per i capelli il nostro paese. Vorrei dir loro – ed a tanti altri ancora – che le idee fin qui elaborate debbono essere spinte molto più avanti per affrontare vigorosamente la grande questione della riqualificazione della spesa pubblica e della rigenerazione del funzionamento dello stato. Vorrei dire che è necessario prendere atto di una realtà più grave di quanto, fino ad ora, il paese abbia voluto o saputo riconoscere e che bisogna uscire dalle soluzioni ‘en gros’ per entrare a fondo nello specifico del cambiamento possibile”. Sono parole che mi sentirei di ripetere anche oggi, dopo tanta acqua passata sotto i punti – inclusi, naturalmente, mani pulite ed il lungo predominio berlusconiano.