di Luca Meldolesi

Cari amici,

per quanto riguarda Nicoletta e me, il lungo viaggio di cui parleremo a Napoli in 14 dicembre, (nell’incontro in onore di Albert Otto Hirschman che abbiamo voluto chiamare “Riforme interiori e passione per il cambiamento dal Mezzogiorno all’Italia”) è iniziato nei primi anni Ottanta del secolo scorso – con la nascita di Solidarnosc, un’esplorazione polacca (in treno), una rivista (Danzica), una casa editrice (e/o) che poi si specializzò nella letteratura est-europea…[1] Allora cominciammo a coltivare la speranza che sarebbe stato possibile, vita natural durante, capovolgere effettivamente in positivo, con sforzi ripetuti e prolungati, la logica delle due grandi tragedie politiche del Novecento: il nazismo e lo stalinismo.

Oggi aggiorniamo (temporaneamente, s’intende) questo nostro viaggio sulla medesima nota di fondo: osservando l’affermazione di una nuova Europa, diversa da quella identificata in passato come l’Europa Occidentale. E’ la Mitteleuropa, l’Europa di mezzo, che si estende verso est e verso ovest a cavallo di ciò che fu un tempo la cortina di ferro della guerra fredda.

Infatti, è qui che si avverte nel quotidiano la necessità, ed anche la complessità rispetto al passato, di un cambiamento progressivo fondato su un’“operazione verità”, in modi e forme che, se, da un lato, mettono indubbiamente in discussione la costruzione europea come l’abbiamo finora conosciuta, dall’altro, possono (e debbono) spingerci ad identificare nuove soluzioni, adeguate alla realtà storica che è ormai venuta alla luce (e che, nell’interesse di tutti, dev’esser orientata consapevolmente: per il meglio)[2].

Da questo angolo di visuale, l’incontro con Albert e Sarah Hirschman e poi la lunga collaborazione, che, finché è stata umanamente possibile, ci ha legati a loro, acquistano un significato particolare.

Infatti quella “distinguished couple” (come si autodefiniva ironicamente, ma non troppo), è stata a lungo un po’ circospetta, di poche parole (e di numerose “mezze verità”), che ci hanno consentito di capire la loro vicenda solo parzialmente, per gradi. Ma ora che la disponibilità di documenti e la riflessione sull’esperienza trascorsa permettono di giungere ad un punto fermo, dobbiamo riconoscere retrospettivamente – per Albert innanzitutto, ma anche per le persone che gli sono statepiù vicine – che ciascuno di noi, sospinto dalle sue passioni (e dai suoi interessi), ha, in fondo, “tirato diritto per la propria strada”.

Così è accaduto, dunque, per Fernando Henrique Cardoso (“The Accidental President of Brasil” – è il titolo della sua autobiografia prefata da Bill Clinton), come per José Serra, per Alejandro Foxley ecc.; ovvero per coloro che, vicini ad Hirschman, hanno intrapreso all’improvviso un’inattesa carriera politica. Così è accaduto per Claus e Sabine Offe, che hanno svolto per la Germania un ruolo analogo a quello mio e di Nicoletta per l’Italia (pur perdendo, a nostro avviso, l’occasione… di un’effettiva riforma della loro precedente coscienza teorica). Così per Wolf e Annette Lepenies, berlinesi di grande valore venuti dall’est, chiamati a trasferirsi a Princeton dalla School of Social Science dell’Institute for Advanced Study per collaborare direttamente con Albert Hirschman (e con Clifford Geertz); ma che… hanno finito per declinare l’invito. E così via.

Terzo punto: questo rispecchiamento nelle vicende altrui ci ha permesso di capire meglio la nostra. Infatti, ciò che abbiamo cominciato a fare insieme in Italia, dalla fine degli anni Ottanta in poi, ha avuto indubbiamente un’ispirazione colorniano-hirschmaniana (come peraltro ho sempre sostenuto); ma ha riguardato fondamentalmente noi stessi: come lavoro intellettuale e come lavoro applicativo.

E’ stato osservata, la nostra iniziativa italiana, da Albert Hirschman alquanto saltuariamente (ed ancor meno da Sarah, o da qualcun altro del giro “albertiano”): con incredula curiosità, talvolta con simpatia, ma senza effettiva partecipazione, e senza una vera comprensione di ciò che stavamo cercando di fare.

Ed allora non possiamo esimerci, a questo punto, dal riconoscere (con una certa soddisfazione) che in nessun’altra parte del mondo s’è cercato effettivamente di trasferire nella realtà (adattarlo e, per certi aspetti, completarlo, svilupparlo) quel famoso “punto di vista” colorniano-hirschmaniano; per tradurlo infine in cultura operativa, ed in azione.

Lo abbiamo fatto noi – non casualmente. In due fasi successive: la prima più di politica economica legata al Mezzogiorno (che si è conclusa con “Sud: liberare lo sviluppo” – 2001 – e con le vicende del Comitato per l’emersione); la seconda, più generale, di natura fed-democratica, che è in pieno sviluppo.

E lo abbiamo fatto via via, per gradi, con costanza e spinte successive, perché la nostra situazione soggettiva ed oggettiva, meridionale ed nazionale, lo richiedeva. Innanzitutto, a causa della lunga crisi politica (morale, culturale e sociale) che ha seguito in Italia la caduta del muro di Berlino – una crisi da cui non siamo ancora riusciti ad uscire definitivamente, né dal lato della destra berlusconiana, né da quello della sinistra post-stalinista; una crisi che è bene capire meglio alla luce dell’esigenza di capovolgimento storico che ho sollevato più sopra, nel primo punto della presente premessa.

Perché è chiaro che la nuova costruzione a venire ha bisogno innanzitutto di verità; e dunque di archiviare definitivamente ogni ipocrisia ed ogni ambiguità residue: sull’uno e sull’altro versante.

Quarto punto: sic stantibus rebus, è vero che – sia per quanto riguarda cosa fare, sia per quanto riguarda come fare (il famoso know-how) – siamo stati in grado di costruire un ampio ventaglio di soluzioni tipicamente nostre: riguardo allo sprigionamento delle capacità individuali e sociali, riguardo alle imprese e all’amministrazione, al privato ed al pubblico, al centrale ed al locale, alla valutazione, alla contabilità, ai funzionamenti statali ecc.

Esse riprendono talvolta questo o quel concetto di Eugenio Colorni e/o di Albert Hirschman, ma poi lo adattano e lo applicano liberamente, coniugandolo con altre conoscenze. Scorrendo i numerosi contributi ed appunti preparati appositamente per il nostro incontro, è proprio questo aspetto, spesso prorompente, di originalità vissuta (e goduta) quello che salta agli occhi. E con esso, in questa nostra esperienza d’un quarto di secolo, affiora infine un certo legittimo orgoglio (e conseguente soddisfazione)…

Per concludere: la vicenda collettiva che rievocheremo il 14 dicembre in onore di Albert Hirschman mi ha fatto tornare in mente l’apologo di Eugenio Colorni su Emanuele Kant ed i suoi figli. A conti fatti, ha avuto ragione chi gli ha disubbidito per innovare – anche se ciò non è stato riconosciuto.

E’ proprio così. Ma in più, nella nostra vicenda, vi è l’idea un po’ peregrina (ed autoironica) che tutto ciò è avvenuto in larga misura inconsapevolmente. Perché, in tutto questo tempo, ero convinto di star facendo ciò che semplicemente doveva essere fatto nelle condizioni in cui mi ero venuto a trovare. Vale a dire, ero convinto di trasporre, in sostanza, nella nostra realtà (napoletana, meridionale, italiana, europea, euro-mediterranea) le idee colorniane ed hirschmaniane. E dunque di svolgere un compito che Albert in persona e la situazione corrente mi avevano implicitamente assegnato…

No, non era così. Ma forse (per parafrasare la famosa introduzione del 1974 all’edizione tedesca di Exit) si può anche sostenere, sfiorando il paradosso, che il nostro esperimento è riuscito proprio perché non ne eravamo pienamente consapevoli[3]. Ragione di più per stringerci al petto i suoi, numerosi insegnamenti; a cui tanti di voi hanno contribuito: con intelligente, intraprendente, talvolta commovente creatività.

Complimenti a tutti!

 

[1] “il mio interesse per il contributo di Albert Hirschman – ho scritto infatti aprendo Alla scoperta del possibile (1994) – risale al 1982. Nell’ottobre del 1981 avevo compiuto, insieme a mia moglie Nicoletta, un viaggio di ricognizione in Polonia, pochi giorni prima del colpo di stato di Jaruzelsky – un avvenimento che riuscì solo a ritardare di qualche anno la grande mare liberatrice sviluppatasi in tutto l’Est europeo. Il pensiero torna spontaneamente a quei giorni perché l’esperienza mi aveva infine condotto a mettere in dubbio i fondamenti intellettuali della tradizionale cultura progressista europea (nelle sue diverse diramazioni riformiste e rivoluzionarie) e perché l’opera di Hirschman mi è venuta incontro in questa ricerca di vie alternative. La ricchezza e la complessità del suo contributo, il bisogno di inseguirne la logica per aprirmi la strada in diverse direzioni e il lavoro d’introduzione ad alcune raccolte di suoi scritti hanno finito per assorbire la mia attenzione tanto da spingermi a intraprendere la presente avventura”. (Un’avventura, potrei aggiungere oggi con il senno di poi, che evidentemente… non è più terminata!)

[2] Con questa dizione sintetica intendo dunque prendere tre piccioni con un baccello (si direbbe in Toscana): l’importanza storica della costruzione europea (che non va affatto sottovalutata), il riconoscimento delle sue difficoltà attuali (“agonia” italiana inclusa) e la necessità d’impegnarsi alacremente in una sorta di rifondazione dell’Ue: adeguata ai tempi.

[3] E’ vero infatti, che se non avessi creduto di avere il sostegno implicito di Hirschman dietro le spalle, con ogni probabilità non sarei riuscito ad impostare le cose come ho fatto, e non avrei neppure rinnovato il lavoro via via, tenendo fermo il timone. Più probabilmente, come spesso accade, sarei stato trascinato “fuor dal seminato”da questa o da quella corrente (magari radicale).