Cari amici,

intemperanze verbali (e materiali), maxi-ostruzionismo, mini-aventino, nottate in bianco: le tensioni parlamentari della scorsa settimana sono state brevi. Ma ci sono state davvero.

In seguito, gli stessi autori le hanno ridimensionate. Poi, come spesso accade, sono state soppiantate da altre emergenze. Tuttavia, non è saggio accettare passivamente l’evolvere degli eventi. Anche perché, cari amici, quelle minacce hanno parecchio da dirci…

Le opposizioni hanno cercato di dare una spallata al governo, “per far cadere la costruzione di Renzi” (come si è espressa una delle protagoniste); mentre il governo ha resistito (sia pur con qualche affanno).

Se l’operazione fosse riuscita, con ogni probabilità avrebbe fatto ricadere l’Italia nella crisi politica ed economica da cui sta cercando faticosamente di emergere. Perché le riforme costituzionali hanno un iter complesso che richiede tempo ed energia ad abundantiam: costruirle è difficile, mentre distruggerle lo è assai meno – basta manchi la maggioranza.

Potevano essere disegnate meglio, quelle riforme: non v’è dubbio. I miei collaboratori ed io abbiamo cercato a più riprese (e con alterna fortuna) di migliorarne i testi (sul Titolo V, come sulla riforma del Senato: cfr., ad esempio, Creare lavoro Cap. 3). Ma da qui a parlare di bullismo di periferia, di deriva autoritaria, di ricentralizzazione imposta ce ne corre. Si tratta, in realtà, di abusi verbali che non riescono a nascondere l’intenzione distruttiva.

Nella situazione ancora precaria in cui ci troviamo, il governo ha il dovere di prendere saldamente in mano le redini del Paese per lanciare segnali di risanamento e di protagonismo positivo a livello interno, europeo ed internazionale – in modo da allontanare l’Italia dalla zona pericolo il più rapidamente possibile; in modo da avvicinare invece, il più possibile, la ripresa dello sviluppo. Quelle esigenze chiave si sono riverberate sulle riforme costituzionali: sia nel senso di rendere più funzionante il processo decisionale, sia nel senso di mettere in condizione il centro di far fronte più agevolmente a tali emergenze.

Certo, si può pensare che quella preoccupazione abbia preso la mano, fino a diventare, agli occhi di molti, controproducente. Certo, è possibile, che il governo non sia riuscito a spiegarsi bene di fronte all’opinione pubblica e che molti, in buona fede, siano caduti nella trappola distruttiva. Ma non si può negare che di fronte ad un sistema politico-amministrativo opaco (per usare un eufemismo), sia giustificabile (se non pienamente giustificato) un’esigenza d’irrobustimento dell’azione di governo.

Infatti, non si tratta di una scelta ideologica di ri-centralizzazione alla Monti (tanto per capirsi), ma di un “governo dei sindaci” che deve superare una prova decisiva, una strettoia, a partire dalla quale la questione dell’autonomismo potrà riprendere slancio.

Su questo punto bisogna esser chiari, anzi adamantini. Il vecchio sistema di decentramento accoppiato alla moltiplicazione caotica dei centri di spesa non deve tornare più. Buona parte dell’opposizione parlamentare era, in realtà, nostalgica (per usare ancora un eufemismo) di quell’Italia irresponsabile. Riforme costituzionali, lotta alla corruzione, trasparenza, contabilità on line, fattura elettronica ecc. stanno ponendo le basi di un nuovo sistema di modernizzazione e di democratizzazione del pubblico che, se il periodo ancora difficile che stiamo attraversando verrà superato, potrà poi distendersi verso nuovi traguardi.

Anzi, è importante che chi condivide quell’obiettivo di medio periodo si impegni già oggi a creare le condizioni che facilitino il trapasso da una fase all’altra. L’abilità è proprio qui: mentre è necessario approvare le riforme strutturali in corso (nonostante i loro limiti), è indispensabile che a livello di emendamenti, regolamenti, decreti attuativi, disposizioni regionali, comunali ecc. si cominci ad aprire la porta ad un sistema pubblico nuovo – quello che verrà, via via che l’Italia riuscirà a risorgere dalla china in cui è caduta, ad imparare di nuov, e ad integrarsi meglio nel mondo circostante. (L’esigenza di sostenere quello sforzo rappresenta, sia detto tra parentesi, una delle ragioni dell’ormai prossimo avvio di A Colorni-Hirschman Internationale Institute).

Si giunge così al punto chiave dell’intera questione. Qualsiasi confronto della produttività pubblica italiana rispetto ai paesi leaders in questo campo (come l’Australia, il Canada e gli Stati Uniti) mostra che nel nostro Paese siamo seduti su una montagna di denaro pubblico mal utilizzato. La nostra inefficienza (clientelismo, corporativismo, corruzione, malaffare ecc.) potrebbe trasformarsi in ricchezza – sempre che, passando per le sette fatiche d’ercole, riuscissimo a sdoganarlo per gradi quel grisbi; ovvero a trasformare un passo dopo l’altro il nostro sistema pubblico sulla base dell’aureo principio del fare meglio e di più con meno, investendo  poi con intelligenza (nel pubblico e nel privato) ogni euro che riuscissimo a risparmiare.

Infatti, è vero (fortunatamente) che, tramite la crescita graduale della diffusione della capacità di decidere, la democratizzazione progressiva di questo tipo di sistema (e non  di quello opaco che dobbiamo lasciarci alle spalle) è chiave decisiva per l’incremento sostenuto e continuativo della produttività pubblica…

Luca Meldolesi


 Pubblichiamo di seguito le risposte alla lettera

 


Michele Salvati

Bravo Luca, totalmente d’accordo!


Sergio V (Vicario)

Bravo Luca, condivido in toto. Spero che Marco V tenga conto dei tuoi giudizi. Un caro saluto.


Fiorello (Cortiana)

Caro Luca,

condivido e apprezzo la lettura della fase e l’invito a non pensare che il tanto peggio potrebbe generare il tanto meglio. Basta vedere la natura e le ragioni costitutive delle opposizioni che hanno condiviso il tentativo della spallata.

Credo anch’io che non ci troviamo nella condizione dell’aggiustamento istituzionale ma nella condizione di necessità/possibilità di un salto effettivo.

Certamente occorre essere adamantini ed incalzanti e disporsi ad una collaborazione competitiva su ogni ambito oggetto del cambiamento.

Penso in particolare alle Città Metropolitane su cui mi sto impegnando.

Penso alle implicazioni che potrebbero avere sul riassetto delle regioni, laddove sia effettiva la loro innovazione amministrativa/organizzativa/funzionale.

Un abbraccio.


Giulio (De Petra)

Sono in disaccordo con le tue ultime valutazioni sulla positività del processo di revisione costituzionale in corso. Io invece, che sono partito da un atteggiamento privo di ogni pregiudizio verso il governo dei ragazzini, sono in crescente disaccordo, per il merito e per il metodo. Sono davvero preoccupato di quello che stanno facendo alla costituzione, del come lo stanno facendo e del perché lo stanno facendo, e mi stupisce un po’ che anche un “federalista” della tua caratura scientifica ed etica non lo sia.

Ti abbraccio con amicizia.


Imma (Voltura)

Concordo pienamente.


Domenico Gamarro

Grazie, come sempre.

http://www.edizionistudiodomenicano.it/


Rosanna Gatta

Caro Professore,

concordo con Lei al 100%! Il Centro-destra sta semplicemente e vergognosamente creando scompigli per affossare il Governo, nella speranza di vincere le eventuali elezioni con un Berlusconi piu’ o meno riammesso alla vita politica! Conseguenze gravissime per l’Italia come ha giustamente osservato, in uno scenario internazionale, dietro il nostro angolo, piu’ che mai travagliato e imprevedibile, che impone assolutamente un Governo!

Spero che queste preoccupazioni e la voglia di milioni di Italiani di vero cambiamento possano davvero arrivare a tutti!

Cordialmente


V (Vittorio Coda)

Bravo Luca!

E’ da fare circolare. Lo mandi tu ai nostri amici biellesi o inoltro io?

E in ambito Ambrosianeum? provvedo io?


Dario (Ciccarelli)

Quando 20 anni fa ti proposti di sostenere Centocittà (“governo dei sindaci”?) dicesti che ti stavo tirando per la giacchetta …
Un abbraccio.


Alessandro (Alaimo)

Caro Luca

concordo su quanto scrivi.

Aggiungerei che tale processo di centralizzazione e democratizzazione verso la trasparenza della p.a. dovrà altresì trovare delle forme di valorizzazione della dimensione locale delle policies. Penso ai servizi per il lavoro, di cui da anni mi occupo: in questo caso una normativa e delle procedure uniformi su tutto il territorio nazionale non potranno che giovare al sistema; al contempo sarà anche necessario, nella modulazione delle azioni e degli interventi, tenere presenti gli aspetti e le caratteristiche dei mercati locali del lavoro.

In fondo, credo, è l’approccio che abbiamo adottato durante l’esperienza del Comitato e delle Commissioni per l’emersione: un approccio di policy che nasceva da alcuni principi generali e che era anche capace di valorizzare la dimensione locale.

E’ questo un equilibrio non semplice da perseguire, vista l’esperienza non positiva di decentramento in questi ultimi 15 anni.

Cosa ne pensi?

A presto.


Luca Meldo

Caro AA,

ho pensato ancora alla tua domanda.

No, penso che NON bisogna avere leggi uguali per tutti in materia di lavoro (se non nel senso generalissimo del termine – cosa che nessuno mette in discussione).

Al contrario, penso che bisogna lavorar sulla differenziazione (come stanno cercando di fare anche alcuni ispettori dell’Inps amici sulla scia dell’art. 1181 della Costituzione).

MA COME?

Qui, a mio avviso, la responsabilità del centro è molto grande e, vedo dalla tua, non è nient’affatto percepita – neppure dai migliori.

Mi spiego: il Centro, a mio avviso, non può lavarsene le mani (a meno che non dipenda da lui: come invece tende a fare).

Deve attrezzarsi per prendere davvero in mano la responsabilità generale da direttore d’orchestra.

Il che vuol dire, innanzitutto:

-        Avere in mano  i dati (ora che è possibile) per ogni singolo settore di lavoro, per studiare i livelli ed i tassi di variazione di performance in proposito per ogni territorio.

-        Piombare in loco, ogni volta che lo si ritiene utile per verificare gli andamenti.

-        Costruire un sistema semplicissimo di premialità-punizione collegato a quel duplice andamento (livelli e tassi).

-        Spiegare bene a tutti quanti cosa si intende fare e quali sono le conseguenze pratiche.

-        Mettere in moto una soluzione sperimentale su alcuni territori che mostri urbi et orbi dove e come si deve andare.

-        Invitare tutti ad anticiparne i risultati in loco (gli addetti non sono stupidi: debbono solo capire dove e come dirigersi).

-        Far capire che nel tempo la redistribuzione dei denari seguirà gradualmente tale logica.

Mi pare che di tutto questo non ci sia ancora traccia.

Mi sbaglio?

Un abbraccio