Copia di copertina montagne russe 1

Luca Meldolesi (a cura di), Montagne russe – Italia Vulcanica n. 6-7, Ide (Italic digital editions), Roma, 2020

Nella nostra vicenda, vi fu un periodo di grande curiosità da parte dei mass media nazionali. “Come può dimostrare, mi chiedevano i giornalisti, ciò che sostiene nei riguardi delle PMI del semi-sommerso meridionale?”. “Potrei facilitarle il lavoro” – rispondevo. “Se lei mi dice a che ora arriva a Napoli il suo treno da Roma, potrei farle trovare alla stazione una/un giovane tesista che potrebbe condurla in loco a vedere direttamente, con i propri occhi!”. Era un’esca allettante …
Eppure – val la pena di domandarsi post-factum – poteva mai una semplice operazione da “Re nudo” orchestrata da un docente sui generis con i suoi allievi riuscire a capovolgere all’improvviso la narrazione corrente sul Mezzogiorno? Quella che, a parte la prima parte della famosa “Cassa”, si era andata consolidando in decenni di risultati di politica economica deludenti? Evidentemente non poteva. Ciò che poteva, e che effettivamente riuscì, fu un’operazione culturale: la messa in circolazione di una pulce nell’orecchio, di un dubbio amletico su come stavano effettivamente le cose. Fu la fenditura di un monopolio interpretativo su cui interessi e passioni di numerose “dramatis personae” (del Nord, del Sud,
della società civile e delle istituzioni) avevano finito per convergere – sia pure con variegate accentuazioni.
Fu la contestazione a viso aperto (e con dovizia di riscontri sul campo) della tesi allora prevalente della “irrisolvibilità” della questione meridionale – di breve e di lungo periodo; e quindi anche dell”‘inevitabilità” di un pozzo senza fondo (auspicato o screditato che fosse), ed anche, sembrò ad un certo punto, senza scopo – a parte quello evidente dei cosiddetti “mediatori” (per usare l’eufemismo di Gabriella Gribaudi).
Come si capisce a josa dalle pagine che seguono, il nostro ragionamento sosteneva invece
(fortunatamente!) che l’orizzonte meridionale non era (e non è) così fosco. Che, in primo luogo, il problema era (e sono) le aziende: la loro moltiplicazione ed il loro sviluppo. Che l’avvio vigoroso (direttamente osservabile) di una piccola industrializzazione leggera meridionale, con alle spalle una grande tradizione contadina ed artigiana operosa, andava incoraggiato in ogni modo. E che ciò rappresentava la via maestra per aggredire davvero la questione occupazionale del Sud – centro nevralgico di molti altri problemi del Paese.
Naturalmente, tutto ciò non escludeva affatto l’interesse per gli investimenti infrastrutturali, per i grandi servizi sociali (come la sanità e l’istruzione), per il welfare, il turismo, la cultura ecc. Ma a patto – precisavamo – di non perder mai di vista la questione chiave appena enunciata. Intendevamo, infatti, “tenere il punto”: non era affatto facile! Innanzitutto perché, dopo un momento di sbalordimento, le numerosissime forze contrarie (per le più diverse ragioni: culturali, ideologiche, politiche, sindacali, materiali ecc.) si riorganizzarono a livello locale e nazionale. Persino la vita di Facoltà a Napoli divenne più difficile. Sembrava quasi che “chi di spada ferisce … “. Ma cosa vuole questo scocciatore (che sarei io) piombato dall’esterno?
Rasentai effettivamente una sorta di “effetto di rigetto” che funzionò in città, ma molto di meno nel contado (da cui per ragioni logistico-automobilistiche proveniva la maggior parte dei miei allievi). Questi ultimi, d’altra parte, erano spesso intimiditi, venivano assorbiti dai loro problemi di breve periodo (esami, tesi, lavoro) e tendevano a disperdersi. I riferimenti culturali, pur decisivi, finivano per sbiadirsi in quell’atmosfera; mentre il nostro attivismo “teneva botta” a fatica. Dopo tanti sforzi ,la nostra esperienza sembrava ondeggiare, sorprendentemente, tra mitologia e dannazione… Eravamo arrivati forse al capolinea?
Non era così. Perché avevamo in serbo ancora parecchie energie intellettuali che potevano esser valorizzate durante la pausa estiva – magari a partire da una franca discussione sul metodo dell’affetto.
Inoltre, con l’avvio dell’estate, la nostra peculiare interpretazione della “questione meridionale” stava ormai prendendo piede. Il governo voleva indire a Napoli una Conferenza sull’occupazione meridionale che non riuscì a condurre in porto. Ma la sua sola convocazione (poi annullata) ci diede il destro per articolare per la prima volta, con maggior cura, la politica economica dell’emersione che andavamo elaborando.
Infine, una parte della stampa continuò a sostenerci. Come anche fece il giro distrettuale di Artimino di Giacomo Bacattini e di Sebastiano Brusco a cui partecipavamo. Mentre l’interesse per l’Italia continuava ad esser vivo anche oltre oceano…
Conclusione: passavamo senza soluzione di continuità dalle stalle (della messa all’indice) alle stelle (dell’attenzione generale). Fu un periodo di “montagne russe” che ci suggerì comportamenti assai flessibili, adatti all’evoluzione giorno per giorno della situazione. Cominciò, in un certo senso, una transizione: dalla sfida allo stato di cose presente, alla guerriglia quotidiana – un’epoca che sarebbe durata molto più a lungo di quanto avevamo previsto.
Luca Meldolesi
Roma, 12 maggio 2020.

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