Marinella Fiume

Presentazione di

Eugenio Colorni, Microfondamenta. Passi scelti dell’epistolario, a cura di Luca Meldolesi, Rubbettino, 2016

(Giarre, 21 febbraio 2017)

Il libro di cui parliamo stasera comprende passi di lettere scritte da Eugenio Colorni alla moglie Ursula Hirschmann e tratte da un Epistolario raccolto dalla cognata Eva Hirschmann. Sono lettere scritte dal carcere e dal confino tra il 1938 e il 1942, quando Eugenio è trentenne, sottoposte a censura, e sono assai interessanti specialmente sotto il profilo scientifico.

Confesso che inizialmente non avevo gradito il titolo, inusitato per un epistolario, attribuito dal curatore Luca Meldolesi a questa raccolta, ma la lettura delle lettere mi ha poi fatto comprendere che mi sbagliavo e che era questo l’unico titolo possibile, perché in effetti dalle lettere si ricava una sorta di minimo comun denominatore delle opere e del pensiero di Colorni, che confesso di non conoscere perché distanti dai miei precipui interessi e dalle mie competenze disciplinari. E tuttavia, certamente esse costituiscono le fondamenta minime ma necessarie per comprendere il travaglio intellettuale del complesso percorso scientifico, di pensiero e umano dell’autore. Oltre che lo stato d’animo dell’uomo in questi anni cruciali della sua vita e della vita del Paese. E il ruolo della moglie destinataria delle lettere appare fondamentale in questo percorso (“In questo momento sono capace di pensare solo se tu me ne dai lo spunto” – scrive in una di queste lettere).

Emergono in queste lettere, infatti, quelle che sinteticamente possono definirsi le caratteristiche del suo pensiero: laicità, relativismo della conoscenza ed esaltazione del dubbio, antidogmatismo e incapacità di soggiacere a qualunque sistema di pensiero, spirito inesausto di ricerca e sperimentazione (“Ai sistemi preferisco la scoperta”, scrive). È l’humus necessario per uscire da quella che lui chiama “malattia filosofica” e passare alla scienza, ma a quella che allora era la scienza positivistica egli contrappone un atteggiamento che non separa cultura umanistica-letteraria da cultura scientifica. E questo mi pare già una straordinaria anticipazione del dibattito e delle acquisizioni scientifiche più attuali.

Sotto il profilo dell’uomo in carcere e al confino, alcune cose possono apparire comuni con le lettere dal carcere di Gramsci, altre assai differenti. In comune ci sono i libri, l’unica cosa che possono permettere una comunicazione col mondo, col fuori, nello stato di detenzione; l’amore, per la moglie e le figlie, e il desiderio di accorciare le distanze (“stanco di questo continuo scrivere”); l’atteggiamento di fiducia e di speranza malgrado tutto; l’illusoria certezza che la sua condizione dovrà pur mutare; il conflitto tenuto continuamente a bada con la nostalgia; la volontà di superare la depressione e mantenersi vivo malgrado tutto.

Ma c’è in più come un atteggiamento che sa rimanere sempre distaccato, ironico, critico, verso se stesso come verso gli autori letti, il rifiuto di ogni retorica consolatoria, la capacità di smascherare il vecchio nella pretesa novità camuffata dietro parole con la Maiuscola, l’ostilità verso ogni stile come gabbia convenzionale che corrisponde solo a semplificati e banali schemi, lo spirito sperimentalista convinto e antidogmatico del ricercatore che gli fa continuare lo studio della Matematica e della Fisica – di cui “fa indigestione” – e della Biologia.

“La solitudine mi obbliga a far lavorare sempre il cervello”- scrive, e il cervello lavora anche sui sentimenti. Credo che a tutte le donne piaccia il genere d’amore che sentiamo esserci tra lui e la moglie e anche tra lui e i figli. Alla prima si rivolge chiamandola “Moglie e amica mia!” e, quanto ai secondi, dice: “Il vero amore è fare esistere l’oggetto amato. L’errore dei genitori verso i figli” sarebbe invece quello di identificarsi in loro e sentirli come possesso. L’amore – continua – presuppone un atto di coraggio perché esso è “equilibrio instabile, senza certezze e ci vuole coraggio a non essere sicuro del domani”.

In carcere Eugenio Colorni fa il pieno di romanzi e filosofi, ma, a proposito della filosofia, scrive che si può essere attratti da essa per la “paura di essere sporchi o scoperti o per la paura di essere ingannati”, il filosofo infatti “ti promette la tua tranquillità personale”, la morale, mentre lo scienziato ti permette il dominio sulla natura, una conoscenza fine a se stessa anche se i suoi risvolti pratici sono utili al progresso dell’umanità. Occorre dunque liberarsi dalla filosofia, conclude, liberarsi dalla metafisica che rende sacre le parole, liberarsi dalle Maiuscole e dai sistemi che rendono schiavi. Da qui il suo amore per Kant e il disgusto per Shelling, Fichte, Hegel, malati di “malattia filosofica”, ma anche per i più nuovi Esistenzialisti.

Come la filosofia, neanche i romanzi gli “danno molto”: Kafka, Steinbeck, Hemingway, Cervantes, Proust, Mann, li definisce “stilizzati”, nel senso che hanno bisogno della “stampella dello stile” e lo stile è destinato a scomparire; a questi preferisce di gran lunga “autori non stilizzati” perché “artisti maturi” che incidono tanto sulla civiltà e sul presente che non c’è quasi neanche bisogno di ricordarli: come Stendhal, Goethe, Nietzsche. Su quest’ultimo, poi, il giudizio appare superlativo, da qualche parte scrive: “Il libro che avrei voluto scrivere lo ha già scritto Nietzsche”, e io credo che sia molto interessante che lo legga come uno scrittore piuttosto che come un filosofo.

In tal modo, però, con il suo dubbio radicale, con la sua iconoclastia, egli mostra l’immane sforzo fatto per emanciparsi dalla cultura umanistica e scientifica del tempo, rivoluzionando il pensiero alla ricerca di una strada di libertà, a partire dalla cultura ereditata. Libero Pensiero, grande apertura intellettuale, impegno nella vita pubblica costituiscono – scrive il curatore Luca Meldolesi – “l’ideale micro fondamento di una società saldamente democratica” di cui parla Hirschman e – aggiungo io – di cui ancora oggi più che mai c’è grande bisogno!