Aniello Ascolese è un socio di effeddì da anni impegnato nell’agro nocerino-sarnese in provincia di Salerno come consulente finanziario e formatore di giovani. Nel suo scritto “Mettere gli occhiali”, Aniello offre una prova limpida di una pratica formativa messa a punto nell’ambito della rete di effeddì, cioè il far leva sullo “scuorno” per suscitare l’inciampo decisivo a “svoltare”, superando difficoltà che apparivano all’inizio “esagerate”. 

Mettere gli occhiali di Aniello Ascolese

Ultimamente, abbiamo festeggiato con tutti i giovani del vivaio Notre Dame alcuni allievi che hanno raggiunto la meritata e agognata laurea. Alcuni di questi ragazzi che seguo con affetto, mi inseguono nel mio cammino facendo buone esperienze. In particolare con uno di essi, Carlo, ho vissuto una gioia particolare, perché oltre a discutere una laurea in Marketing Territoriale, che ha avuto i complimenti della commissione e del presidente (con questa tesi si organizzerà un convegno territoriale), ha strappato il suo percorso con i denti.

Dice un proverbio “si fa più festa per un peccatore che per mille giusti”, ed è stato proprio così per il percorso di questo ragazzo, un giovane che ho coltivato come tanti alla luce delle idee di Hirschman e dei principi di Colorni permettendogli di raggiungere il suo obiettivo con tenacia e determinazione.

Orfano di padre in giovane età, si è trovato da solo ad iniziare il suo cammino nella vita. Dopo una piccola e deludente esperienza di lavoro nel marketing telefonico e televisivo, dietro mio incoraggiamento, ha iniziato il suo cammino all’università. Più volte Carlo, trovandosi lui stesso indirettamente coinvolto, mi ha seguito nel percorso con il prof. Luca Meldolesi mentre mi affannavo nel fare incontri e partecipare a convegni, cercando di capire perché ero tanto emozionato. Spesso dicevo a Luca, – guarda che questi ragazzi che seguo, che vanno in America o in Germania sono i tuoi nipotini, figli dei tuoi figli. Avevo preso l’abitudine di leggere con loro le tante lettere di Luca fatte circolare via mail, per le quali i miei giovani restavano esterrefatti e spesso confusi. Come fa questo anziano professore a scrivere tanto? – si chiedevano. Leggono, dicevo, i miei ragazzi le lettere di Luca (e quello che egli raccoglie insieme ad esse nel suo vasto giro); ed anche se la scrittura è copiosa e a tratti sovrabbondante, essa riesce pian piano a penetrare e a scavare in profondità nel loro animo.

Bene! Ogni volta che Carlo si scontrava con le difficoltà dello studio e degli esami iniziavano discussioni a partire dalle idee di Hirschman come, ad esempio, quelle che si rifanno alla teoria dell’Uscita e della Voce. Finché Carlo si è scontrato con un professore tosto e con la realtà di un mondo che non rassicura, né dà certezze. Infatti, un professore lo ha preso di petto e dopo una e due bocciature, anche vedendolo bloccato per quasi un anno con ambedue le braccia rotte a causa di un brutto incidente, lo ha portato a una difficile scelta: o fuggire da quella cattedra, e forse fuggire per sempre dai problemi, o, ben guidato, inforcare un paio di occhiali giusti per vedere quella difficoltà come una grande opportunità, per far sentire la propria voce e dare corpo ad un cambiamento, sia interno che esterno.

Ci abbiamo provato e all’inizio è stata molto dura. A un certo punto, è come se fossero scattate in lui le tre retoriche di cui parla Hirschman, quella rivoluzionaria, quella progressista e infine quella riformista. Sembrava entrare in un giuoco perverso, ogni azione svolta da Carlo portava solo a peggiorare le cose, e si finiva nel paradosso della futilità, tutto quello che avrebbe fatto sarebbe stato irrilevante e non ne sarebbe valsa la pena.

Finché non è scattato in lui il cambiamento, finchè, a furia di insistere non ha messo a repentaglio in modo decisivo alcune aspetti del suo carattere che sembravano impossibili da modificare, finché non è riuscito a mettersi in discussione, a rompere le conquiste precedenti e cambiare il suo modo di pensare e affrontare la vita.

Carlo, senza farsi schiacciare da quella oppressione, con una passione calma, si è rimboccato le maniche, ha messo gli occhiali ed ha affrontato il cuore del problema uscendone vittorioso.

A mio parere il motore che ha accompagnato Carlo in questo percorso è stata la delusione che ha vissuto in questo esame. Deludere sua madre, il suo tutor e infine deludere le sue aspettative.

Spesso noi viviamo legati ad aspettative fortemente “esagerate” che ci bloccano, ci impediscono di vedere la luce ributtandoci nell’oscurità. Ci troviamo a vivere un mondo da malati pur essendo sani, come vedenti che chiudono gli occhi e sentono il caldo del sole ma non vedono e sbagliano direzione. In ogni situazione difficile c’è sempre un possibile cambiamento, c’è sempre una probabile riforma. Ecco questa è stata la mia soddisfazione, vedere un ragazzo trasformarsi in un piccolo uomo. Quando Luca ci insegnava che una difficoltà poteva diventare un’opportunità, ci insegnava a non guardare le cose sempre in negativo: non era facile imparare la lezione, ma adesso, di fronte all’esperienza concreta, quei discorsi hanno acquistato tutta la loro efficacia.

Mettere gli occhiali ha significato per Carlo non farsi abbagliare dalla luce della disperazione, dal voler vedere sempre nero, dal coprirsi del cappello di Calimero; ma fare, invece, di una brutta giornata grigia una giornata bella, anzi soleggiante tanto da mettersi gli occhiali perché il sole fa male agli occhi, e godersi quell’attimo di vita irripetibile, in cui “tutto” è diventato possibile.

Un mese prima della laurea, ha accettato uno stage dove attualmente lavora ed ha già alcuni progetti in cantiere, come migliorare la conoscenza delle lingue, preparare un congresso, continuare a studiare.

È il nostro piccolo orgoglio di formatori possibilisti. Perché anch’io dal lontano 1990 indosso quegli occhiali e sono felice di ricercare sempre nuove strade insieme ai miei ragazzi, fin da quando un certo professore me li ha messi sugli occhi, e da allora non li ho tolti più.