Il 15, 16 e 17 maggio, a San Biagio di Montepulciano si è tenuto il primo incontro del Board di A Colorni-Hirschman International Institute partecipato da una rappresentanza significativa della base associativa che fa capo ad effeddì e che tramite l’associazione Eugenio Colorni si è organizzata per sostenere la nascita dell’Istituto.

Per il Board erano presenti oltre a Luca Meldolesi e Nicoletta Stame, rispettivamente presidente e vicepresidente dell’Istituto, Catherine e Pierre Grémion e Ray Pawson. La struttura dei coordinatori è stata rappresentata da Caterina Farao e Gennaro Di Cello. Tra i fondatori dell’Istituto erano presenti Francesco Cicione in rappresentanza di Entopan, la prima impresa a sostenere la nascita dell’Istituto, e Vinni Marino in rappresentanza dell’associazione Eugenio Colorni. Tra gli altri, alle varie sessioni del Meeting hanno partecipato anche Robert Lepenies, Claudio Sardoni, Wendy Harcourt, Laura Tagle, Tommaso Di Nardo, e in rappresentanza dei più giovani Leonida Di Salvo e Giacomo Zuppolini.

Una possibile sintesi dell’incontro è nelle parole di Ray Pawson che nell’ultima discussione della seconda giornata di incontri, la più intensa, ha definito l’iniziativa nei termini dell’Improbable Institute. Espressione poi ripresa nei testi a commento qui riportati di Vinni Marino e Luca Meldolesi e ripresa dallo stesso Pawson nella sua lettera di ringraziamento a Luca e Nicoletta.

Come ha scritto Vinni Marino (mail 18.05.15), il Meeting di Montepulciano ha mostrato l’esistenza di un resaux internazionale di persone simpatizzanti che rappresenta una rete che origina fondamentalmente da Albert Hirschman che può essere ulteriormente consolidata con il coinvolgimento, da costruire, di altri amici intellettuali vicini ad Hirshman. Certo – ha continuato Vinni – Eugenio Colorni è ancora poco o per nulla conosciuto e compito principale dell’Istituto sarà certamente quello di capire e far capire meglio l’intera questione colorniana, ma è chiaro che il livello è alto e che, pur avendo visioni parziali dell’intera vicenda meldolesiana napoletana e italiana, siamo di fronte a un gruppo di intellettuali di pregio che ha dato di fatto la disponibilità a lavorare all’Istituto. Elemento chiave del Meeting di Montepulciano l’accoglienza e l’organizzazione di Luca e Nicoletta che nel creare un clima conviviale e quasi familiare sono riusciti a mettere a proprio agio gli ospiti stranieri curiosi di capire e fare in modo che noi avessimo l’opportunità di capire a nostra volta.

La prima conseguenza immediata dell’intero ragionamento scaturito dal Meeting è che l’Istituto è ancora tutto da costruire e che, paradossalmente – ha scritto ancora Vinni – Luca e Nicoletta potrebbero percorrere questa strada culturale anche da soli, ma se non hanno deciso di farlo è perché è colornianamente strategico che l’Istituto abbia i piedi piantati nella realtà.

Quello dell’Istituto è un compito difficile, ha scritto Laura Tagle (mail 19.05.15): si tratta di ancorare le nostre esperienze ad un mondo alto (e creativo) di pensiero sia ricostruendone le radici ideali, sia mantenendo il legame con la concretezza dell’azione (la storia del dire e del fare). Si tratta di un crinale sottile, che è difficilissimo percorrere, ma ci si può aiutare con vari stratagemmi che si imparano con lo studio.  In particolare, – ha proseguito Laura – vorrei condividere una cosa che mi ha molto colpito: i nostri interlocutori sono venuti richiamati dalla statura intellettuale di Luca e Nicoletta e di Hirschman (oltre che da elementi naturali, come il paesaggio senese, irresistibili per esempio agli inglesi), ma hanno “capito” la proposta quando l’hanno vista attraverso il racconto delle nostre esperienze. Solo a questo punto, mi è sembrato, hanno compreso che non stiamo facendo semplicemente Storia delle idee.  Allo stesso tempo, – ha concluso Laura – le nostre storie sono apparse loro raccontate in termini che non ne consentono di cogliere la specificità rispetto ad altre tradizioni ideali con cui, pure, dialogano e, soprattutto, in modo da non comunicare immediatamente la rilevanza delle nostre esperienze al di fuori dell’Italia.

Indubbiamente, come testimoniato anche da Vinni e Laura, il Meeting è stato piacevole e intenso, soprattutto le discussioni sono state proficue e molto utili per il lavoro che dovrà fare l’Istituto. Il compito non è facile, perché richiede impegno e sforzo quotidiano e perché necessita di disponibilità finanziarie che per scelta l’Istituto non chiederà al Pubblico ma al Privato. Eppure, tra i partecipanti, soprattutto tra chi rappresentava la base associativa dell’Istituto, è emersa in maniera forte la grande opportunità rappresentata dalla sfida lanciata dall’istituto e se questa si trasformerà in motivazione e incoraggiamento, certamente i risultati non mancheranno.

Chiudiamo questo breve resoconto del primo Meeting dell’Institute a Montepulciano con le ulteriori considerazioni di Luca (mail 20.05.15).

Cari amici,

a ciò che avete già ricevuto, aggiungo solo qualche spigolatura.

1- E’ accaduto sul finire della seconda giornata, quando, finalmente i nostri ospiti erano entrati in medias res. Wendy Harcourt, docente australiana che insegna in Olanda, domandò come si poteva iniziare un lavoro del nostro tipo. Risposi che vent’anni fa all’università di Napoli facevamo uscire un bollettino chiamato “Gli improbabili” (improbable people). Fu allora che Ray Pawson (luminare della valutazione mondiale) disse che quella definizione gli andava a genio, chiese come si dice “improbabile” nelle diverse lingue rappresentate al seminario e poi sentenziò: anche l’Istituto Colorni-Hirschman è improbabile (ed infatti nella sua letterina di ringraziamento ha poi dichiarato di essere al servizio dell’Improbable Institute!). “Tutta la vostra esperienza è improbabile” – ha commentato Vittorio Coda, quando gli ho raccontato questo particolare. E’ proprio così: anche il primo incontro del Board dell’Istituto con un gruppo dei nostri alla Casina di San Biagio di Montepulciano era ex-ante dannatamente improbabile. Nel senso tecnico del termine: si collocava cioè in quel territorio generalmente inesplorato che si estende tra l’improbabile ed il possibile. Eppure è perfettamente riuscito con grande soddisfazione di “tutti quanti”. E’ stato un seminario che ci ha ricondotto al nostro “basic”, alle nostre radici, alle nostre peculiarità: a ciò che non dobbiamo mai perder di vista!

2- Nello stesso tempo, è stato un incontro che ha consentito di affacciarsi oltre il crinale: noi verso l’estero, l’estero verso di noi. Abbiamo intravisto come stanno le cose: da lì all’orizzonte. Il nostro Paese è tradizionalmente separato dal mercato mondiale della cultura delle scienze sociali: dobbiamo assolutamente aprirci – sia per imparare, sia per farci capire. L’Istituto Colorni-Hirschman prende le mosse da questi nostri dioscuri (che, secondo la tradizione classica, proteggono in battaglia): è una peculiarità che vogliamo diffondere nel mondo. Di questo abbiamo parlato – a partire da un’esposizione di testi e materiali, quanto mai vasta ed inconsueta, nel salottino della Casina. Ad un certo punto, però, Catherine Grémion, Science-Po di Parigi, amica di lunga data degli Hirschman, ha detto che sì, che era vera la liaison Eugenio-Albert. Ma era anche vero che Albert era in grado di creare qualcosa dal nulla, da una piccola idea – come quando, andando al Logan Airport di Boston, inventò il “tunnel effect”. Certo ho osservato io, era inevitabile, per ragioni professionali, che parlassi con Albert soprattutto di sviluppo; ma poi mi sono accorto che egli si occupava di molti altri argomenti – di letteratura, di antropologia. Ce ne siamo resi conto, ha detto Nicoletta, esaminando a Princeton l’estate scorsa alcuni degli 81 faldoni della carte di Albert. Sono interessato – ha aggiunto Pierre Grémion (Science-Po) – a conoscere più a fondo il tentativo di Clifford Geertz e di Albert Hirschman di rielaborare la scienza sociale degli anni Settanta. Dovremo chiedere a Wolf Lepenies, il padre di Robert che era presente…

3- Il testo più importante di Albert che fa parte di quel tentativo – ho osservato a questo punto – è stato Shifting Involvments: forse il  più contestato di quelli di Hirschman, tanto da spingere l’autore a derubricarlo in una sorta di Bildungsroman. In quel libro, ha ricordato Pawson si concentra l’attenzione sul privato o sul pubblico, invece il nostro seminario ha mescolato piacere e lavoro. Una notazione anti-hirschmaniana? Niente affatto (ho pensato tra me e me) perché l’auto-sovversione di Albert ha poi riguardato proprio questo punto. Ma è vero che il nostro incontro ha trovato miracolosamente un mix piacevole: una parte di lavoro e due di convivialità, piaceri della tavola, passeggiate, chiacchierate, gite, bagni in acque calde alla Lorenzo il Magnifico, ecc. Per non parlare poi delle belle famigliole, dello spasso dei bambini, delle loro visite alle covate di coniglietti, di paperette, di micini ecc. Il luogo si presta -  ricordava Alberto ad ogni piè sospinto.

4- Sì d’accordo, potrà pensare a questo punto il lettore spazientito. Ma cos’è venuto fuori, in ultima analisi, alla Casina di San Biagio?  E’ accaduto ciò che speravamo (e che ha già scritto Laura). Vale a dire che questi nostri amici del giro hirchmaniano europeo sono venuti con le migliori intenzioni, si sono incuriositi dei nostri discorsi, ed il secondo giorno hanno cominciato a capire davvero. E’ stato il giuoco di squadra di Caterina, Laura, Alberto, Vinni, Francesco, Nicoletta e mio che ha diradato all’improvviso le nebbie delle perplessità e dello scetticismo, per accreditare, invece, la significatività dell’Istituto, incluse alcune “piste” da perseguire all’estero – cosa che ha entusiasmato soprattutto Robert Lepenies dell’Istituto Europeo di Fiesole (dato che ha preso l’impegno di verificare come stanno le cose a casa sua a Berlino e nella Germania dell’Est)… Abbiamo parlato di Italia, di Europa, del mondo; ma anche del futuro – inclusa la congettura che regge l’ipotesi del nostro Istituto. Vale a dire che, “tirando” le maglie della rete ed investendo un po’ di denaro sia possibile mostrare che i diversi aspetti (economico, sociale, politico, amministrativo, culturale) del nostro lavoro possono volta a volta migliorare, innescando così un circolo virtuoso (ex ante, altamente improbabile).

5- Il seminario di Montepulciano ci ha lasciato un’eredità importante – di concordia e di motivazione. Ci ha  attribuito, inoltre, alcuni impegni da assolvere (che elenco qui di seguito); e soprattutto un grande interrogativo: riusciremo nell’intento? In questi casi, mi attribuisco sempre un venti per cento di possibilità: non è poco. A patto che capiamo tutti bene: sia “la posta” che è assai elevata, sia l’insieme degli aspetti apparentemente minori che tuttavia risultano decisivi. Ad esempio, non c’è speranza se continuiamo a cadere nei soliti errori – come: farsi assorbire totalmente dal lavoro (privato e/o pubblico) e dalla famiglia, sviluppando così una rigidità inconsapevole che in ultima analisi diventa persino nemica del miglioramento del proprio lavoro (!); cadere “in sonno”; farsi travolgere; non stabilire bene le priorità; accreditare maldicenze ecc. Al contrario, dobbiamo discutere bene il bilancio dell’Istituto per distribuire zona per zona e poi utilizzare (intelligentemente, oculatamente) le nostre disponibilità finanziarie tra: alcune iniziative, “crescere una creatura”, up-grading (scuole, inglese, estero, Global Village ecc.), e soprattutto la formazione di una task force operativa composta da giovani entusiasti che combatta ogni pigrizia e trascini nel circolo virtuoso che vogliamo aprire il numero più elevato possibile di “amici dell’Istituto” e di imprese ed impresine amiche. E’ questa la “nuova frontiera” della seconda metà dell’anno. Ciascuno deve sviluppare la propria dimensione professionale; e, nello stesso tempo, coltivare il piacere di collaborare e di elevarsi “au dessous de la melée”!

Non è così?

Un saluto,

Luca