Responsabilità, sostenibilità, coraggio, rete, impresa. Sono queste le parole chiave dell’intenso pomeriggio di discussione sulla gestione dei beni confiscati che si è tenuta a Casal di Principe (CE) il 4 novembre. In una sala gremita del “Centro Don Milani”, bene confiscato (a Mario Caterino, killer della camorra) oggi laboratorio di mestieri e ristorante-pizzeria, le storie raccontate da chi ogni giorno è impegnato nel recupero della legalità e nell’offrire un’opportunità di lavoro a chi di solito è emarginato si sono intrecciate con analisi di economisti d’impresa e dello sviluppo.

Tommaso Di Nardo e Saverio Cioffi sono riusciti ad organizzare e governare momenti di discussione che hanno messo in luce le problematiche nella gestione dei beni confiscati e le possibilità che una gestione di tipo imprenditoriale possa valorizzarne il ruolo nel produrre lavoro e sviluppo nei contesti difficili in cui sono inseriti. L’idea che li sta guidando nelle varie esperienze formative e di accompagnamento in Campania e Calabria (e prossimamente anche in Sicilia) è che attraverso un’iniezione di imprenditorialità (basata sul trasferimento di conoscenze e metodologie di gestione, sulla motivazione e il cambiamento psicologico nel governo dell’impresa, sui momenti di dissonanza cognitiva) si riesca ad innescare quel meccanismo di cambiamento nei processi territoriali di produzione di valore in grado di generare sviluppo. È quello che sta succedendo a Casal di Principe (CE) dove, con il consorzio NCO ed il comitato don Peppe Diana, si sta sperimentando un incubatore/acceleratore d’impresa con dei giovani del territorio destinati a gestire beni confiscati alla camorra impiantandovi delle attività imprenditoriali. Ma è anche quello che si sta facendo con la Comunità Progetto Sud di Lamezia Terme (CZ) e che riguarda la creazione di una scuola in direzione e gestione d’impresa regionale e un piano, rivolto a giovani immigrati, finalizzato alla formazione di maestranze artigianali per favorire l’integrazione.

I racconti di Giuliano Ciano (NCO) e di Valerio Taglione (comitato don Peppe Diana) su Casal di Principe (CE) e di Don Giacomo Panizza e Marina Galati su Lamezia Terme (CZ) hanno sottolineato l’importanza, nella gestione di un bene confiscato, delle idee e della volontà delle persone coinvolte assieme a loro. Dalle loro parole si intuisce che solo attraverso un gruppo di persone strette da fiducia reciproca e animate dal sogno di cambiare il destino di un territorio si può pensare di prendere in gestione un bene confiscato. Le difficoltà sono enormi e bisogna lottare non solo con i vecchi proprietari illeciti del bene e le loro famiglie, che hanno un nome e un ruolo sociale (illecito) da salvaguardare, ma anche con la comunità di riferimento e la paura di rappresaglia. Quindi, per gestire un bene confiscato è necessario, ogni giorno, fare un passo all’interno di quella comunità, farsi conoscere ed accettare e magari provare a coinvolgerla. Bisogna creare un interesse individuale e generale che sia in grado di contrastare il timore della ritorsione e la ritrosia al cambiamento, e farlo sui principi dell’onestà, della trasparenza e della responsabilità. La cooperazione sociale con le sue attività e modalità di lavoro rappresenta un metodo per dare risposta ai bisogni di quel contesto. Un altro elemento importante che è stato sottolineato è il tempo dell’affido del bene. Un bene immobile per essere utilizzato per finalità sociali e produttive ha bisogno di interventi iniziali di ristrutturazione e messa in sicurezza che necessitano sostanziosi investimenti. Solo un tempo di affido lungo (almeno 10-15 anni) può giustificare lo sforzo economico iniziale.

Quando invece di un bene immobile ad essere oggetto di confisca è un’azienda il soggetto che interviene a gestirla, sostiene Francesco Matacena commercialista e amministratore giudiziario campano, deve avere la capacità iniziale di amministrarla senza sconvolgere l’equilibrio produttivo ed economico che, nonostante le problematiche che hanno portato al sequestro, si è creato all’interno. Tutto questo è ancora più importante quando si tratta di un sequestro non ancora definitivo. L’azienda ha un’importanza sociale, per l’occupazione che crea e i bisogni che soddisfa, che deve essere salvaguardata e per farlo nel miglior modo possibile è necessario creare un dialogo con l’imprenditore e i suoi collaboratori. Senza queste attenzioni il rischio di fallire è molto alto: circa il 90% delle aziende sequestrate fallisce. Questo dato è confermato da stime dell’ordine nazionale dei commercialisti secondo le quali su 23.000 aziende confiscate solo 735 risultano attive.

         

Le considerazioni finali di Antonella Ciaramella (consigliere della Regione Campania), di Vittorio Coda (economista aziendale) e di Luca Meldolesi (economista dello sviluppo) si sono concentrate sull’analisi dei racconti che si sono susseguiti per individuare lezioni apprese e principi guida da percorrere:

  1. Un costrutto fondamentale per affrontare la problematica della gestione dei beni confiscati è il “gruppo appartamento”, un nucleo elementare e stretto di soggetti che governa il processo sulla base della responsabilità e della sostenibilità.
  2. La ricchezza straordinaria delle persone coinvolte (soprattutto quelle disabili) che, grazie all’attività delle cooperative sociali e dei progetti di gestione dei beni confiscati, hanno potuto liberare la loro creatività ed esprimere tutte le loro potenzialità.
  3. Il bisogno di consolidamento delle iniziative per dare risposte alle fragilità individuali e all’esigenza di stabilità economica.
  4. Le relazioni come elemento per rafforzarsi e come barriera al pericolo dell’isolamento.
  5. Le attuali tecniche informatiche e statistiche come strumento di gestione in grado di invertire il modello di business.
  6. L’importanza del cammino di apprendimento:
    • su se stessi per aiutarsi a liberarsi (dalle paure);
    • su cosa (e come) cambiare nell’organizzazione aziendale;
    • sulla condizione prioritaria da modificare nel contesto esterno.
  7. Il rafforzamento della consapevolezza che dalla contaminazione (degli approcci, delle discipline, dei punti di vista … nella logica del trespassing di Hirschman) possano derivare le spinte alla comprensione dei fenomeni e allo sviluppo dei territori. In particolare è necessario unire l’economia dello sviluppo con l’economia aziendale.
  8. Il processo di cambiamento incontra sempre degli ostacoli. È importante la gestione di questi ostacoli e il lavoro che si può fare sul divario esistente tra la realtà e la realtà desiderata.