Il cibo che rimane: impulsi e riorganizzazione di un servizio di nutrizione clinica intorno al paziente e per suo mezzo ai tempi del lockdown 2020

Educare alla nutrizione come fondamento di civiltà

 

Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane…”
Giovanni Evangelista, 6, 22-29

 

Marianna Borriello

Nata e cresciuta a Cava de’ Tirreni, alle porte della costiera amalfitana, fra Napoli e Salerno ha una Laurea in Biologia e un Dottorato in Biochimica e Biologia Molecolare e Cellulare presso l’Università Federico II di Napoli, con una tesi di ricerca sulla costruzione di nuovi farmaci immunoterapici. Da dieci anni si occupa di nutrizione e fitoterapia, gli antichi rimedi della medicina. Cura presso il presidio ospedaliero di Pagani “A. Tortora” il progetto di educazione alimentare ‘Trotula” per pazienti oncologici ed ematologici.

Ha un blog www.mariannaborriello.com in cui si occupa di Nutrimenti Terrestri e Nutrimenti Celesti. È in uscita presso Oèdipus Editore il suo primo romanzo.

 

Idee chiave

  • Il cibo è nutrimento, non una mera somma di calorie da bruciare.
  • La malattia può essere occasione per rileggere e migliorare le abitudini di un intero nucleo familiare.
  • Mantenere aperta la comunicazione, specialmente in momenti difficili, non è solo un modo per informare ma è un efficace elemento di supporto e cura.

 

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Introduzione

La Campania è la regione d’Italia con il più alto numero di individui obesi e sovrappeso. L’eccesso di peso non è un problema semplicemente estetico. Per quanto la forma fosse sostanza per gli antichi. Eccessi ponderali importanti classificati come sovrappeso (e la più grave obesità) sono l’anticamera di manifestazioni infiammatorie e scompensi che, se protratti nel tempo, si tramutano nelle più note patologie del secolo e prime cause di morte. Dai disturbi cardiovascolari ai tumori. Dal diabete all’ipertensione. Non trovo casuale che la maggior parte dei pazienti deceduti, in seguito all’infezione di Covid 19, presentavano queste complicanze. Un discorso accettabile sulla salute e politiche serie sulla sanità non possono prescindere dalla preoccupazione di corrette indicazioni sul cibo che mangiamo inteso come nutrimento, non come compendio di calorie utili ad essere bruciate. Inteso come ricostituente, non come meccanico soddisfacimento di un bisogno.

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Iniziare a preoccuparsi del mantenimento della salute è meno complesso, per il singolo, e soddisfacente, per l’operatore, dell’occuparsi della malattia. Rivedere il concetto di prevenzione come gestione di se stessi, preferita alla probabile sofferenza che ne deriverebbe altrimenti, è un atto di amore molto più che non la prevenzione come comunemente intesa oggi, cioè l’attesa ineluttabile che un male compaia nel suo riscontro nelle prime fasi, nella migliore delle prospettive.

 

Il Progetto Trotula: una visione transdisciplinare della nutrizione

Il progetto Trotula nacque presso il P. O. U. Andrea Tortora di Pagani, futuro polo oncologico di riferimento secondo i piani sanitari della regione. Quando nacque ci credevano in pochi. Ma forse quelli giusti. L’infermiera caposala del reparto di Ematologia ed Oncologia, Carmela Trezza, fu un ponte sensibile ed entusiasta fra le mie competenze, in cerca di una nuova esperienza, e il sogno del Direttore responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Onco-Ematologia, Catello Califano, di offrire un servizio di nutrizione ai pazienti che seguiva. Con il tempo e la conoscenza, anche altri medici iniziarono ad interessarsi alla possibilità di integrare i loro protocolli terapeutici con specifici percorsi nutrizionali.

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L’ambulatorio si è affiancato, in questi anni, al servizio di psiconcologia già attivo in ospedale e da volontari con specifiche competenze, oltre me: una biologa nutrizionista che mi ha affiancato nelle visite, una chef che ha elaborato delle versioni salutistiche di alcuni piatti, una chimica industriale che si è occupata di fare chiarezza sul mercato degli integratori, un web marketer che ha seguito la parte comunicativa del progetto.

 

Una strategia che unisce famiglie e struttura sanitaria

Il progetto Trotula nasceva per seguire con piani alimentari dedicati, inizialmente, i pazienti oncologici ed ematologici. Aveva una serie di ambiziosi intenti: primo fra tutti ricordare al paziente e alla sua famiglia, trama ancora più stretta durante la malattia, che non tutto era perduto. Anzi la maggior parte del lavoro cominciava da loro, a casa loro. Chiedevamo con forza di guardare l’opportunità che la malattia suggeriva. Rivedere quello che contribuisce ad ammalarsi. Magari i propri stili di vita.

Ci siamo proposte di accompagnare i familiari durante il trauma della malattia e della gestione di un loro caro, e tranquillizzarli attraverso gli strumenti che ci competevano. Suggerire loro che cibi preferire, come associarli ed in che modo cucinarli significava suggerire come stare accanto a chi amavano divenendo essi stessi nutrienti. Riconoscerli come integrazione della terapia. Infine, ultimo intento ma forse il più ambizioso, rendere il paziente uno strumento di educazione alimentare familiare e prevenzione del rischio associato.

La necessità di occuparci dell’assimilazione di questi cibi o di coadiuvare l’azione di alcuni farmaci di ultima generazione nella lotta al cancro, ci ha ispirato una serie di disegni di studi clinici. Da circa tre anni, 3 mattine a settimana, tutto l’anno, garantiamo questo servizio. L’ambulatorio è separato dai reparti d’interesse. Si trova su un altro piano, come se le prestazioni che fornisse fossero di un’altro specie. Ci piace pensare che la loro natura abbia a che fare con l’approccio terapeutico che verrà. È accanto allo spazio in cui avvengono le chemioterapie giornaliere. Accanto alla sala di attesa di pazienti e familiari. Chi aspetta, chi soffre e chi nutre speranza.

In questi anni ho conosciuto personale medico e infermieristico che svolge molto più delle mansioni previste. Alcuni ed alcune di loro, in particolare, non smettono di lavorare neanche quando tornano a casa, dopo l’ultimo paziente non previsto, e visitato. In uno scenario in cui nessuno si preoccupa di far diminuire la possibilità di ammalarsi, le file, le attese e il personale sempre sottostimato sembrano essere qualcosa di immutabile. Se si fa dello straordinario l’ordinario è già questa l’anomalia. È già questa una crisi, che se non vede superamento innesca una cronicità pericolosa. Come vivere sul costone di un burrone. Quando le pietre di questo limite iniziano a cedere, non ci si dovrebbe stupire della caduta.

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Arriva il lockdown

L’ambulatorio è rimasto aperto fino al 13 marzo. Data in cui, per indicazione regionale, sono stati sospesi tutti i servizi ambulatoriali. Quando è stato chiaro che la reclusione non sarebbe durata solo un paio di settimane, ci siamo ricordate che l’atto terapeutico è innanzitutto atto di presenza, a noi stesse. Ho iniziato a contattare i pazienti, attraverso mail e telefono. A causa della confusione accentuata da questa infezione, molti di loro non avevano la possibilità di parlare con i medici con cui erano in contatto normalmente in ospedale. Il fatto stesso di ricordare loro che erano ancora seguiti diveniva un punto fermo nello stravolgimento complessivo. L’angoscia dell’imprevisto, dell’ignoto, ci rendeva vulnerabili, facili prede del disordine, in un momento in cui rimarcare un ordine nelle proprie vite era l’unica via possibile.

La corsa ai supermarket rende bene l’idea dei bisogni primari in questa società. La prima paura era di rimanere senza cibo, forse più forte del rimanere senza denaro. Poi il suo consumo. Non il suo utilizzo ma il suo consumo meccanico, al limite fra il mantenersi in vita e l’accelerazione della fine. Questo pensiero mi ha spinto in mezzo alla confusione totale a ribadire la presenza di un servizio come il nostro.

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La comunicazione come elemento di coesione

Dal momento in cui sono stati contattati, i pazienti hanno iniziato a comunicarmi il peso ed altre notizie, ad intervalli regolari: cosa mangiavano, come si sentivano. Per tanti, la richiesta di quella comunicazione, è stata un argine che ha consentito loro di non debordare in eccessivi disordini alimentari. Abbiamo realizzato e diffuso degli articoli su come alcuni nutrienti lavorino in supporto delle difese immunitarie, rendendo fruibili le ultime acquisizioni della ricerca scientifica. Questi articoli, raccolti oggi in un lavoro che si chiama Immunità globale, facevano chiarezza anche sui prodotti che di volta in volta venivano reclamizzati come miracolosi. Attraverso essi, volevamo supportare ed aumentare la consapevolezza degli sforzi alimentari di queste persone e rimanere come riferimento rispetto a tante notizie più o meno infondate che giravano su web e media.

Infine, per ribadire l’importanza dell’esercizio fisico, nel concetto del mantenimento della salute e determinare un nuovo elemento di distrazione rispetto al bollettino di morti e infetti con cui l’informazione bombardava la nostra buona volontà, abbiamo elaborato degli esercizi fisici, grazie ad un trainer, così semplici e adatti a tutti, che li abbiamo battezzati ‘Esercizi da divano’.

Dopo Pasqua, ho chiesto ai medici responsabili del servizio di poter tornare fisicamente in ospedale. Era per me importante ribadire anche con la presenza fisica che il servizio continuava, che l’intera comunità dell’ospedale se ne era riappropriata, non come accessorio ma come elemento fondamentale. Inoltre, questo mi permetteva di poter continuare a seguire i pazienti in degenza, con i tempi e le precauzioni del caso.

Il progetto in ­protocollo di intesa con l’ASL Salerno è tuttora sostenuto da un sistema di raccolta fondi. Da una comunità che non di rado supplisce e supera, nel sostegno al pubblico servizio, le autorità preposte.

 

La parola crisi

Crisi viene dal greco krino, separare o più in senso lato discernere, valutare. Ogni crisi è anche un momento di valutazione, di bilancio fra cosa lasciare e cosa portare con sé. È l’opportunità del passo per l’evoluzione da compiere, pena la stasi eterna e quindi la morte.

Anche quella conseguente alla comparsa di questo nuovo virus è un’opportunità di scelta. Questa nuova pandemia è probabilmente venuta fuori da un mercato dell’estremo oriente. In fondo, da una questione di cibo. L’animale che incubava il virus sarebbe stato cibo e guadagno per altro cibo per chi lo aveva catturato e venduto. La constatazione che provenga da uno dei posti più poveri al mondo, suggerisce che la povertà non serve a nessuno e quindi dovrebbe essere preoccupazione di tutti.

 

Una nutrizione consapevole segno di una nuova civiltà

La pandemia ha messo in luce la fragilità di un sistema sanitario basato solo sulla ospedalizzazione nella gestione della malattia e ricucito il peccato originale della separazione. È nella paura di ciò che sarebbe avvenuto, che ci siamo cercati in ogni modo e spesso trovato il tempo di rimetterci in contatto con noi stessi o con un amico.

Una nota antropologa americana, Margaret Mead, dichiarò che il primo segno di civiltà in una cultura antica era un femore rotto e poi guarito. Una questione sanitaria, potremmo dire oggi. Nel regno animale, infatti, se ti rompi una gamba muori. La bestia ferita non può scappare ed è cibo per predatori. Nessun altro animale ti porta al riparo e curandoti passa del tempo con te rimettendoti a nuovo.

Nella civiltà che verrà, potremmo scegliere di non utilizzare la debolezza come strumento di connessione. Lasciare che la relazione avvenga come pratica di salute condivisa. Quale sarà la nuova umanità che uscirà da questi giorni? So che se potessi immaginarla innanzitutto la vorrei più matura. Più matura nel senso di più consapevole di dove si trova, delle conseguenze, vicine e lontane, dei propri gesti e delle proprie scelte. Più matura, nel senso di essere in grado di badare a se stessa e quindi più in salute.

Se si domandasse ad un’antropologa del futuro da dove è nata la civiltà dopo Covid-19 potrebbe magari rispondere: da un esercizio di ginnastica, da un ortaggio piantato o dalla preparazione di un pasto.

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Da ricordare

L’efficacia del progetto Trotula è strettamente correlato alla natura olistica dell’intervento. Marianna Borriello ha potuto contare, oltre che su una collega biologa esperta in Nutrizione, su un team dalle competenze eterogenee: uno chef ha elaborato ricette salutistiche, una chimica industriale ha fatto chiarezza sul mercato degli integratori, un esperto di web marketing ha seguito la parte comunicativa del progetto.

Ri-attivare la comunicazione con i pazienti durante il lockdown, oltra a fornire loro un supporto concreto per aiutarli a comprendere il ruolo dei nutrienti sulle difese immunitarie, si è dimostrato un argine efficace rispetto ai disordini alimentari.

Gli intenti profondi del progetto Trotula:

  • Ricordare al paziente e alla sua famiglia che non tutto era perduto;
  • Guardare l’opportunità che la malattia suggeriva e rivedere i propri stili di vita;
  • Accompagnare i familiari durante il trauma della malattia;
  • Suggerire ai parenti come sostenere e “nutrire” i pazienti in terapia;
  • Rendere il paziente uno strumento di educazione alimentare familiare e prevenzione del rischio associato.