Ripartire dalla Calabria e dalla seta, con gioia!
Intervista a Miriam Pugliese

Nido di Seta è un esempio di rigenerazione territoriale che riprende un’antica tradizione artigianale per fare impresa, nel rispetto delle persone e dell’ambiente

A cura di Raffaele del Monaco* e Elvira Celardi*

 

 

Miriam Pugliese

Mriam Pugliese è una giovane imprenditrice di origini calabresi. Dopo essersi trasferita in Lombardia, da bambina assieme ai genitori, ha vissuto molti anni all’estero, coltivando una grande passione per le lingue straniere e un grande amore per la natura. Specializzata nel settore turistico e in relazioni internazionali e marketing, a 23 anni ritorna in Calabria perché non vuole vivere in posti “dove non si vede più il cielo”. A partire dal 2014 è cofondatrice della cooperativa Nido di Seta, assieme a Giovanna Bagnato e Domenico Vivino. In Nido di Seta, Miriam si occupa del processo artigianale della seta e delle tinture naturali, dei servizi turistici e dell’amministrazione.

 

Idee chiave

  • Promuovere lo sviluppo locale facendo leva sulle risorse, le tradizioni e le conoscenze del territorio
  • Realizzare un’impresa completamente artigianale e locale con l’idea di tramandare e conservare le antiche tradizioni locali può aprire traiettorie inattese e generative
  • Collegare l’attività imprenditoriale con lo sviluppo di competenze e la promozione del territorio moltiplica le possibilità di successo e l’impatto progettuale in termini sociali oltre che economici

 

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Nido di Seta: un percorso di rigenerazione territoriale che parte dal recupero delle tradizioni locali

Nido di Seta è una cooperativa dedicata alla produzione della seta con tecniche antiche. È stata fondata nel 2014, a San Floro, un piccolo paese in provincia di Catanzaro da tre giovani calabresi: Miriam, Giovanna e Domenico hanno deciso di ritornare in Calabria, realizzando un progetto rivolto alla crescita del territorio, nel rispetto dell’ambiente e promuovendo uno sviluppo sostenibile. Hanno così ripreso e rimesso in moto la filiera della gelsibachicoltura, riproponendo un’attività che in Calabria era andata perduta e costruendo un piccolo ed efficace network di artigiani calabresi capace ora di produrre un tessuto totalmente artigianale e con una filiera che dalle piante di gelso e dai bachi arriva al prodotto finito. Non solo: attorno al processo hanno realizzato una serie di attività: momenti culturali, artistici e di formazione di tale valore da attrarre un turismo nazionale e internazionale attento e cosmopolita. Tra le attività di Nido di Seta c’è da segnalare anche l’avvio di una scuola di formazione sulle tecniche di bachicoltura e tintura naturale che ha attirato l’interesse del Museum of Modern Art (MoMA) di New York. Abbiamo incontrato Miriam Pugliese, co-fondatrice di Nido di Seta, assieme a Giovanna Bagnato e Domenico Vivino.

«Abbiamo aperto questa attività in tre: Domenico, Giovanna ed io. Siamo i fondatori di Nido di Seta e, benché molto giovani, volevamo impegnarci per restare a lavorare nella nostra terra. Giusto per fare un piccolo accenno dovuto: non ho mai vissuto in Calabria, se non per un anno quando ero ancora bambina. Sono solo nata in Calabria, poi sono cresciuta in Lombardia e ho vissuto parecchio all’estero. Sognavo il mio futuro nella mia terra di origine, perché penso che la Calabria sia la Terra del futuro. Domenico si era appena laureato: 110 e lode a Napoli. Anche lui, dopo aver cercato lavoro in tutta Italia, ha detto: ”Perché devo andare in giro a cercare un lavoro da dipendente, quando abbiamo una terra di grandissime potenzialità ancora in gran parte inespresse?” Giovanna, lei è un’artista, diplomata all’accademia di Squillace e anche lei non riusciva a trovare un inquadramento che la soddisfacesse a livello lavorativo, quindi abbiamo detto: partiamo da quello che San Floro ci offre!»

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D: San Floro è lontana da qualsiasi circuito turistico e conta appena 700 abitanti. Cosa vi ha spinto a scegliere proprio San Floro per il vostro progetto?

R: San Floro ci offriva questo gelseto abbandonato con più di 3.500 piante e un museo della seta ambientato in un vecchio castello, anche questo in completo stato di disuso. Quindi abbiamo detto: “partiamo da quello che abbiamo”. Tutto questo è di proprietà comunale. Quello che noi abbiamo fatto è stato stilare un progetto per chiedere al Comune la possibilità di avere in gestione queste aree. Quindi sia i 5 ettari di terra dove sorgeva il gelseto, con dei casolari annessi (sempre di proprietà comunale) e il museo della seta. Ci siamo riusciti e da lì è iniziata l’avventura di “Nido di Seta”. Non è stato semplice, perché sappiamo che la burocrazia è l’acerrima nemica degli imprenditori in qualsiasi latitudine in cui uno decide di aprire un’attività.

D: Avevate già esperienza nella produzione della seta?

R: Tranne Domenico, che da ragazzo si era cimentato nell’allevare il baco da seta, nessuno di noi tre era esperto in attività serica. Quindi, la prima cosa che abbiamo fatto è stato coinvolgere e interrogare tutti gli anziani del paese e dei paesi limitrofi, perché comunque va anche detto che la Calabria è stata veramente importante nell’ambito europeo nella produzione di seta. Catanzaro è stata tra il 1400 e il 1700 capitale europea della seta. I primi statuti della seta al mondo sono stati creati a Catanzaro nel 1519. Quindi c’era veramente un’economia molto fiorente legata al commercio di seta e tutti questi paesini satellite che ruotavano intorno a queste grandi città (in questo caso Catanzaro) erano dediti alla bachicoltura per poi portare il prodotto, che era il bozzolo, a Catanzaro per la trasformazione. Dopo il 1.700 è rimasta, fino ai nostri nonni, una forte tradizione legata alla bachicoltura per l’autoproduzione. Ognuno nelle proprie case, fino alla generazione dei nostri nonni, allevava il baco da seta. Con la generazione dei nostri genitori, che per la maggior parte sono andati fuori regione per trovare lavoro, tutto questo è sparito.

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Un lungo viaggio di conoscenza

Le conoscenze acquisite per via diretta, tuttavia, non sono state sufficienti per realizzare l’idea imprenditoriale dei tre giovani. Quelle tramandate dagli anziani del luogo erano, infatti, competenze utili per realizzare una produzione domestica ma non sufficienti per mettere in piedi una vera e propria filiera produttiva. Miriam, Giovanna e Domenico hanno quindi deciso di intraprendere un lungo viaggio intorno al mondo, in particolare in Tailandia e in India, per riappropriarsi delle competenze tradizionali perdute in seguito ai processi di delocalizzazione dell’industria serica italiana. Sono stati ospiti del Ministro dei tessuti, presso il Dipartimento della Seta indiano a Mysore e a Bangalore hanno visitato il Central Silk Board, l’agenzia statale di base che gestisce tutta la produzione serica locale. Per approfondire, inoltre, l’uso di tecnologie produttive innovative si sono recati anche in Messico dove si è sviluppata una maniera diversa di realizzare la seta, che è stata loro molto utile per la creazione di un nuovo tipo di filato che oggi è in fase di sperimentazione.

D: Quindi avete fatto le valige e avete viaggiato per mezzo mondo per acquisire tutte le competenze necessarie.

R: Un aspetto paradossale è che quando sapevano che eravamo italiani dicevano: “Ah che bello sono venuti a vedere come funzionano le loro tecnologie!” Perché, specialmente in India, c’è tutta tecnologia italiana. Praticamente tutte le aziende del Nord Italia che nel ’900 si occupavano di industria serica, sono state completamente delocalizzate e sono state mandate in India. Quando hanno capito che in realtà eravamo lì per vedere, imparare e confrontarci proprio sul processo produttivo, dicevano: “ma come, noi stiamo utilizzando le vostre tecnologie e voi volete venire a vedere?”

D: I viaggi hanno consentito un accrescimento delle vostre competenze ma immagino abbiano anche contribuito a mettere meglio a fuoco il vostro progetto.

R: Ogni tappa di questo lungo viaggio ci ha lasciato tanto. Per ogni viaggio siamo stati circa tre settimane. Facendo questo tour di esperienze abbiamo creato un nostro prodotto. Abbiamo anche valutato se introdurre un principio “industriale” nella filiera, ma è comunque impossibile: in Italia è rimasta una sola macchina da filanda piccolissima, che è di proprietà di una azienda veneta che ne fa uso esclusivo. Per il resto è stato tutto delocalizzato e non c’è nessuno, neanche a livello europeo che la produca. Le macchine adatte al nostro tipo di produzione dovremmo importarle dall’India perché qui non ci sono quelle macchine enormi che occupano un intero borgo: una sola filanda cinese occupa tutta la superficie di San Floro! La manifattura indiana ci consentirebbe di avere macchine adatte al nostro tipo di produzione, ma c’è un problema: non vengono certificate per quanto riguarda la sicurezza dell’UE e certificarle richiede una trafila lunghissima. Abbiamo quindi consolidato l’orientamento a non avviare una produzione industriale. Abbiamo creato una filiera di seta di Calabria, completamente artigiana e completamente calabrese.

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La produzione attraverso una rete locale di artigiani

Con il passare degli anni Nido di Seta ha riscosso sempre maggior successo, tanto che i tre imprenditori non riuscivano più a occuparsi da soli di tutte le fasi del processo produttivo. Nel 2017 hanno avviato una ricerca su tutto il territorio calabrese per trovare degli artigiani dotati di competenze specifiche in ambito tessile, che potessero lavorare per loro. In questo modo è stato realizzato un piccolo network di artigiani locali, ciascuno dei quali è specializzato in una specifica fase del processo di produzione della seta. In questo modo Nido di Seta ha dato la possibilità agli artigiani selezionati di poter lavorare direttamente da casa, producendo al contempo reddito nel territorio.

D: Dal punto di vista produttivo, come avete fatto fronte alla domanda in crescita?

Abbiamo creato un network di 8 artigiani. Quindi, se non riesco a filare i bozzoli, li mando alla mia artigiana, le dico di che tipo di filato ho bisogno e lei mi rimanda il filato. Se abbiamo bisogno di un altro tipo di filato, c’è un altro artigiano che si è specializzato in quello. La stessa cosa accade per la tessitura: con noi collaborano delle tessitrici a cui posso inviare il filato.
Quindi, abbiamo creato questo circuito virtuoso. È una cosa piccola, ma personalmente ne sono incredibilmente fiera, anche perché il 98% di queste persone sono donne.

D: Che differenza c’è tra la seta prodotta da voi e quella industriale?

R: La seta cinese non viene toccata dall’uomo. L’uomo fa andare la macchina, quindi si ottengono dei fili perfetti, sottilissimi, che è impossibile lavorare a mano, perché già solo se li tocchi si spezzano. Dietro una nostra matassa di seta ci sono le impronte digitali dei nostri artigiani, quindi: sì, sono due fili completamente diversi!
Noi partiamo da chi alleva il baco da seta, che non è un artigiano ma è un agricoltore: ci vuole una persona che per 28 giorni dà da mangiare al baco da seta e poi per altri 10 giorni gli dà i supporti per creare il bozzolo in cui si chiude il baco da seta. Quindi: 28 giorni più 10 sono esattamente 38 giorni in cui si lavora esclusivamente per avere il bozzolo da seta.
Poi, si prendono i bozzoli e si fanno i diversi tipi di filato. C’è chi estrae la seta, c’è chi la ritorce, c’è chi la sgomma. Poi abbiamo le tinture, che sono esclusivamente naturali, e la tessitura. Questo solo per arrivare al tessuto. Poi ovviamente in base al percorso che dobbiamo farci, c’è il processo di confezione. Tutti passaggi fatti esclusivamente in Calabria, utilizzando il nostro lavoro e quello di 8 altri artigiani.
Insomma: noi siamo artigiani per davvero. Perché potremmo benissimo accettare più commesse … in realtà la maggior parte delle volte ci tocca dire di no, perché rispettando i criteri di una produzione etica e rispettosa dell’ambiente, dei nostri artigiani, non posso fare quantità enormi. Quindi la produzione che noi abbiamo è giusta per i nostri visitatori e gli acquisti da loro effettuati. In più lavoriamo per degli atelier che fanno prodotti di un certo tipo: abiti di una certa importanza. Questo è da mettere in chiaro, perché a volte mi dicono: “ma la vostra produzione a quanto ammonta?”. Cioè dobbiamo anche considerare che oggi c’è una borsa della seta e la borsa della seta è, ovviamente, dettata dalla Cina, visto che sono praticamente gli unici produttori mondiali. Un kg di seta oggi va intorno ai 50 dollari al kg, che è pochissimo. Tu conta che un kg di seta è “tantissimo”! La seta non ha molto peso. Noi, solo per coprire le spese, 1kg di seta siamo costretti a venderlo a 800 euro. È chiaro quindi che non c’è competizione su questo aspetto.

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Un successo inatteso, che supera i confini

Per Miriam e gli altri soci fondatori di Nido di Seta, la sostenibilità economica del progetto è di certo un aspetto rilevante, ma sentono prioritaria la mission di riqualificare il territorio e creare uno sviluppo autoctono che parta dal recupero e dalla salvaguardia delle tradizioni locali. Per loro è molto importante che le antiche tecniche produttive non vadano disperse. A tale scopo e per far fronte all’esigenza di incrementare il numero di artigiani del network, a partire dal 2018, Nido di Seta ha dato vita a un nuovo ramo aziendale: l’Academy. Lo scopo dell’Academy è quello di diffondere e tramandare, anche oltre i confini locali i mestieri e le tecniche legate all’arte di produrre la seta. L’Academy ha rappresentato per Nido di Seta uno degli aspetti di maggior successo, seppur inatteso nella sua fase iniziale.

D: Non solo produzione quindi, ma anche trasferimento di competenze. Quando è nata l’Academy?

R: Avevamo pensato di fare un’Academy rivolta solo a persone del luogo, mai ci potevamo aspettare che questi corsi avrebbero destato un interesse internazionale. I nostri corsisti sono arrivati da: Argentina, Finlandia, Inghilterra, Germania, Slovenia. Siamo stati addirittura contattati dal MOMA di New York e tutte le persone del Moma dovevano venire a fare il corso da noi, purtroppo il corso cadeva in concomitanza con un importante evento che loro stavano organizzando e non hanno potuto presenziare ma si spera che in un futuro non troppo lontano, Covid permettendo, loro potranno venirci a trovare. Quindi questo ci fa capire ancora di più come il mondo, mentre costruisce tecnologie che spingono ad andare più veloci, riscopre la voglia di tornare indietro per capire da dove veniamo. Sostanzialmente il nostro lavoro è una metafora di questo concetto. Inoltre, i prodotti che vengono fuori sono prodotti a centimetro zero, cioè dove la materia prima e tutti i processi di lavorazione avvengono in un contesto molto piccolo e fanno bene a tutti. Noi lavoriamo con agricoltura biologica certificata, al momento abbiamo solo energia rinnovabile.
Il nostro obiettivo (e per questo non diventeremo mai miliardari… ma non è il nostro scopo!) è fare un nuovo sviluppo che parte dal basso, quindi: se io non parto dal più piccolo non potrò mai avere una società virtuosa.

D: Nido di Seta va oltre la dimensione produttiva ma si rivolge anche ai viaggiatori. Come si stanno sviluppando le vostre attività in tal senso?

R: In realtà Nido di Seta deve molto alla rete turistica: da noi vengono persone che vogliono capire a 360 gradi cosa si cela dietro il mondo della seta. Fino al pre-Covid c’erano tantissime persone che venivano dall’estero (americani, finlandesi, tedeschi, ecc.) che, anche grazie a un potere d’acquisto superiore ai turisti italiani, erano un po’ il traino della nostra produzione. Chi viene da noi fa proprio un tour, che può essere una semplice visita oppure un’esperienza. Un turismo esperienziale che parte già dal museo perché i nostri visitatori possono sedere ai telai antichi e provare che cosa vuol dire tessere. E sono gli stessi telai che noi oggi utilizziamo per la nostra produzione. Dopodiché andiamo in campagna e possono vedere come si alleva il baco da seta. È una scelta loro. E poi insieme ci occupiamo di estrarre la seta dal bozzolo. Quindi, loro sono proprio partecipi di tutto quello che è il processo produttivo. Il filo di seta è una cosa molto sottile. La tessitura è un filo attaccato a un altro. Insomma: è un lavoro abbastanza impegnativo. Noi oggi il museo lo rendiamo interattivo, facendo tessere i nostri visitatori su questi antichi telai, ma anche i nostri corsi di tessitura, per esempio, si tengono all’interno del museo della seta. Quindi non riusciamo più a tessere noi (proprio per una questione legata ai tempi) i nostri manufatti ma l’abbiamo reso vivo in un’altra maniera.

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Innovazione e condivisione di responsabilità

D: Apprezzo profondamente questa attenzione alla natura e l’importanza che date alle lavorazioni tradizionali e manuali. E questo ritorno ad una dimensione umana del lavoro e del rapporto con la produzione penso sia una eccezionale e necessaria “innovazione”. Cosa state progettando per il futuro?

R: Per quanto riguarda la produzione stiamo creando dei filati nuovi, che non esistono. Quindi per creare questi filati c’è bisogno di meccanizzare il processo altrimenti siamo punto e a capo. Però non ci sono le tecnologie adatte, quindi bisogna crearle.
Chi ci può dare una mano per la creazione dei macchinari è il CREA di Padova, l’ente di riferimento per chi vuole fare bachicoltura a livello europeo. Siamo da diversi anni in contatto con loro per sviluppare alcune parti fondamentali del processo. I tempi non sono certi, come spesso accade nella ricerca, ma ci crediamo molto.

D: Comprendo che molti dei vostri acquirenti siano stranieri o comunque provengano dall’estero. Che impatto ha avuto la pandemia sulla vostra realtà produttiva e quali iniziative avete messo in campo?

R: Non nascondo che il Covid ci ha fortemente danneggiato, come è successo a tante altre realtà, proprio perché una parte prevalente dei nostri visitatori e dei nostri acquirenti proveniva dall’estero.
Per far fronte a questa emergenza, continuare a dare lavoro ai nostri artigiani e non fermare la nostra produzione abbiamo lanciato la campagna “Adotta un gelso”, che permette alle persone di adottare una pianta di gelso e di avere i prodotti che derivano da quest’albero di gelso, che possono essere le mere confetture (perché facciamo delle confetture di more di gelso). Ricordiamo che il gelso non fa solo le foglie che utilizziamo per l’allevamento del baco, ma anche il frutto (la mora). Stiamo cercando di coinvolgere in modi diversi le persone che non possono venire più da noi a vivere la nostra storia. Insomma: se le persone non possono più venire da Nido di seta, stiamo cercando di andare noi dalle persone.

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Idee da ricordare

Creare sviluppo al Sud, riscoprendo le antiche tradizioni locali. Miriam, Giovanna e Domenico, sono tre giovani che hanno completato il loro percorso di studi e non riescono a trovare un’occupazione soddisfacente, pertanto decidono di creare lavoro nella loro terra, partendo dalle risorse che questa offre.

Un viaggio di conoscenza. Il percorso compiuto dai tre giovani imprenditori dal 2014 sino ad oggi può essere definito come un lungo viaggio alla scoperta di antiche e nuove conoscenze. Quando hanno messo in piedi la loro attività, fatta eccezione per Domenico che precedentemente aveva coltivato il baco da seta, non avevano mai avuto esperienza nel campo della produzione di seta. Per acquisire le competenze necessarie per lanciare la loro attività i tre imprenditori hanno incontrato prima gli anziani del territorio e poi intrapreso un lungo viaggio intorno al mondo.

Aggirare le difficoltà sperimentando strategie d’azione alternative che possano adattarsi alle peculiarità del momento e del contesto è stato un elemento chiave nel processo di sviluppo di Nido di Seta.

Evolvere le tecniche tradizionali con il supporto del più avanzato centro di ricerca europeo sulla bachicoltura rappresenta la nuova sfida a cui Nido di Seta sta cercando di rispondere per offrire un prodotto di alta qualità che sia al contempo accessibile ad un pubblico più ampio.

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 * Raffaele del Monaco, Responsabile Relazioni Esterne di Entopan. Appassionato di innovazione e possibilismo, ha lavorato per circa 20 anni come responsabile di redazione in una delle maggiori case editrici italiane.

* Elvira Celardi, Dottoranda in Comunicazione, Ricerca Sociale e Marketing presso la Sapienza Università di Roma. Ha svolto collaborazioni e consulenze presso enti pubblici, privati e centri di ricerca, occupandosi di attività di progettazione, monitoraggio e valutazione di interventi di carattere sociale destinati ad adulti e minori.