Ringrazio, innanzitutto, per l’onore riservatomi e per l’ospitalità¹.

Data la sede, propongo di rivisitare brevemente in chiave europea ed europeista l’argomentare del mio “Creare lavoro. Come sprigionare il potenziale produttivo italiano” (Rubbettino 2014, p. 245, euro 16), superando le colonne d’ercole del dibattito corrente che, riferito all’Uem, si occupa quasi unicamente di euro, Bce, parametri di Maastricht, deficit e debito ecc.

Infatti, pur partendo dall’interno dei vincoli esistenti,  il mio ragionamento è effettivamente corale. “Sostiene che attribuire centralità all’occupazione, – recita la sua quarta di copertina del volume (che intendo ora riferire all’Europa) – e quindi porre la creazione di lavoro autonomo e dipendente al centro degli scopi espliciti della nostra società, non corrisponde soltanto a un’aspirazione profondamente sentita […]. Può diventare anche un obiettivo largamente condiviso; indurre una profonda metamorfosi culturale e pratica, privata e pubblica da perseguire con intelligente determinazione; e unire come non mai [aggiungo: ai popoli europei] gli italiani del sud e del nord, i nativi e gli acquisiti, in un processo di ricostruzione democratica, trasparente, libera e catartica […], per superare insieme molteplici, inevitabili difficoltà”.

In altre parole, come si capirà più avanti, pur partendo da un ambito meridionale ed italiano, è possibile riferire l’intenzione del mio lavoro ed il suo ragionare travalicandone i limiti. Perché il libro propone effettivamente, sotto mentite spoglie, un nuovo federalismo interno ed internazionale in grado di unire i popoli (piuttosto che gli stati, sosteneva Jean Monnet); vale a dire: un europeismo più coerente, inventivo, intraprendente, imprenditoriale, sentito, basato sulla fiducia reciproca, partecipato, solidale (rispetto a quelli che abbiamo finora conosciuto); e, proprio per questo, in grado di raggiungere traguardi più elevati di benessere, libertà, democrazia e giustizia sociale: in una parola, d’incivilimento.

 

Due precisazioni preliminari riguardo all’ispirazione generale del discorso.

La prima è di natura storica ed è collegata al “Palazzo Altiero Spinelli” che ci ospita. Infatti, com’è noto, esiste una grande tradizione federalista ed europeista (oggi un po’ appassita) che dal “Manifesto di Ventotene” giunge fino all’euro-entusiasmo (dei Ciampi e dei Napolitano); e che ha un’origine italo-tedesca nel lungo sodalizio tra Altiero Spinelli e Ursula Hirschmann (la nota “numero 2” del Movimento federalista post-bellico). Meno conosciuta è invece una seconda tradizione europeista (in parte soltanto convergente con la prima), anch’essa d’origine italo-tedesca (ma poi anche americana), impersonata da Eugenio Colorni e da Albert Hirschman. E’ questa seconda angolazione che ritengo debba essere rivisitata e rivitalizzata adeguandola alle condizioni correnti, come punto di riferimento utile per l’avvio di un nuovo federalismo democratico del nostro Continente.

La seconda precisazione ha invece natura più attuale. Il vecchio europeismo si era sviluppato nell’Europa Occidentale all’epoca della guerra fredda. Ora le cose sono profondamente cambiate: in Italia, in Germania, in Europa (dell’Est e dell’Ovest) e nel mondo intero. Viviamo nell’epoca della cosiddetta globalizzazione (anche se – purtroppo – non ne padroneggiamo bene la logica).

Un contributo analitico chiave, in proposito, è stato fornito da Clifford Geertz, il grande etnologo ed antropologo, partner di Albert Hirschman alla School of Social Science dell’Institute for Advanced Study di Princeton (NJ) negli anni Settanta-Novanta del secolo scorso. Com’è noto, gli antropologi sono abituati a ragionare partendo dalle società relativamente arretrate. Ed è stata, a mio avviso, quella osservazione (in un certo senso capovolta rispetto al modo di pensare corrente) che ha consentito di mettere a fuoco l’ordine dei problemi che ci interessano.

Nell’epoca della guerra fredda, – ha ragionato Geertz – da un lato e dal’altro della barricata, i diversi paesi che oggi chiamiamo in via di sviluppo, ormai decolonizzati erano assorbiti, in larga misura, dalla costruzione dei loro stati rispettivi, e facevano parte della sfera d’influenza (in continua ridefinizione) di due grandi contenitori politico-militari che tenevano sotto controllo le disomogeneità umane: quello del primo e quello del secondo mondo. Poi le cose sono cambiate. La globalizzazione dei mercati ha spinto alla ribalta nuovi players competitivi – è il tempo dei Brics e dei nuovi Brics. Le disomogeneità e le frammentazioni uscite ormai dai grandi “blocchi” della guerra fredda si sono articolate dappertutto. La rivoluzione dei trasporti (con l’high tech, i social media ecc.) ci ha posti in una relazione molto più diretta gli uni con gli altri, nelle zone basse come in quelle alte della piramide umana. La spinta del mercato mondiale ha cominciato a mettere alla frusta il sistema politico, l’amministrazione, lo stato. Le crisi finanziarie si riproducono. Si sono verificati processi inediti di guerre locali e di disfacimento statale sempre più difficili da controllare che provocano a getto continuo campi di rifugiati, migrazioni, diaspore, violenza…

 

Vengo allora ad una rapida ricognizione di alcuni punti del mio ragionamento.

Non credo siano necessarie molte parole per sostenere l’importanza del “creare lavoro”, lavoro regolare e di buona qualità, per le nostre popolazioni. Eppure, quando si parla di lavoro in economia – la mia disciplina – si accede innanzitutto ad analisi e terapie di tipo macroeconomico. Si discute di politiche monetarie e fiscali, di investimenti, di innovazioni ecc. e delle loro conseguenze nella formazione del reddito e sull’occupazione – a livello locale, nazionale o europeo. Naturalmente, anch’io, come tutti, attribuisco grande importanza a tali discorsi (nell’ambito istituzionale a cui essi vengono riferiti: dal Comune, fino all’Ue ed all’Uem). Ma non li ritengo esaustivi. Infatti, il mio ragionamento si sviluppa a partire dalle istituzioni esistenti e dalle politiche economiche tradizionali che esse perseguono.

Per averne un’idea, è bene prender le mosse da ciò che ho chiamato “il cardo e il decumano della polis hirschmaniana”. Vale a dire dalla tesi secondo cui “da cosa nasce (o non nasce) cosa” e da quella collegata del “perché un’iniziativa riesce a durare”. Per sviluppare l’economia al di là del suo andamento corrente, conviene, infatti, fissare l’attenzione sulle imprese da un lato e sul sistema pubblico dall’altro e domandarsi come migliorare le performance dei due sistemi (riducendo così lo slack del funzionamento complessivo): da un duplice punto di vista – quello delle connessioni (“da cosa nasce – o non nasce – cosa”) che mettono in movimento le attività economiche e l’occupazione e quello del funzionamento interno delle imprese e degli uffici (del “perché un’iniziativa riesce a durare” tramite, innanzitutto, interazioni uscita-voce) che ne “registrano” il rendimento.

A tal proposito, esiste evidentemente, in un determinato momento del tempo, la responsabilità primaria dei dirigenti economici e politici; ma esiste anche la più ampia “governance” delle nostre democrazie liberali ad economia di mercato; ed esiste infine – è bene tenerne conto – la valutazione e l’iniziativa democratica dei cittadini.

Da qui scaturisce allora la tesi del mio libro: per sprigionare il potenziale produttivo ed occupazionale delle nostre società (e dunque rispondere positivamente ai desideri ed alle attese dei nostri popoli riguardo alla creazione di lavoro ed al loro benessere) è necessario integrare (e migliorare) l’impegno corrente dei responsabili privati e pubblici tramite lo sviluppo d’un vasto arco di attività individuali e collettive finalizzate a tale scopo.

E’ la società intera che deve capire il problema, ed accettare di evolvere nella direzione desiderata. Creare lavoro si può, per azione diretta ed indiretta, dall’interno dei vincoli istituzionali, culturali e politici esistenti, se entriamo a fondo in quell’ordine d’idee; se ci convinciamo, come cittadini, di perseguirlo davvero quell’obiettivo produttivo ed occupazionale; ed adottiamo comportamenti conseguenti, ad esso adeguati. E’ un ragionamento che risulta ancor più accreditato dallo spirito del nostro tempo. Perché l’aspetto positivo della globalizzazione, ponendo in primo piano la competitività delle aree metropolitane, delle città e dei territori, crea una spinta decisiva a mettere in discussione lo stato di cose presente.

 

Da qui allora negli anni sono scaturite una miriade di politiche economico-sociali, pratiche e democratiche, da affiancare a quelle tradizionali, con un duplice scopo di completarle e di registrarle coram populo, facendole sortire dalle tradizionali discussioni per iniziati. Sono germogliate, quelle politiche, da un lavorio di lunga lena, condotto a livello culturale e d’intervento (“il dire ed il fare” colorniani), a partire dal’Università, dal governo, dai territori. Sono idee verificate e perseguite nel tempo che hanno generato un ampio “saper fare” (know-how), a cui, in questa sede, posso solo accennare; ma che, chi è interessato,   trova esplicitate nel libro (ed in altri contributi).

Si pensi alla lotta senza quartiere – a livello intellettuale e pratico – al clientelismo, al corporativismo ed all’illegalità (i tre flagelli) ed ai loro numerosi figli legittimi, come il malaffare, la criminalità, la corruzione, la mentalità mafiosa ecc. ; alla pressione indebita che queste patologie esercitano sulla spesa pubblica: un fenomeno che nella realtà italiana si è intrecciato con la lotta politica dell’epoca della guerra fredda, ha preso a lungo il nome eufemistico di assistenzialismo ed ha prodotto nel tempo una grave tendenza al degrado collettivo. Si pensi a come sia indispensabile perseguire oggi senza requie tale rigenerazione collettiva come via maestra per il rilancio dello sviluppo e la creazione di lavoro vero (non parassitario, non “assistenziale”).

Si pensi alla polemica nei riguardi della mentalità eternamente rivendicativa, ultrasindacalistica e gregaria dell’operaio e dell’impiegato “massa” che sconfina tipicamente nel corporativismo (e nell’assistenzialismo). Si pensi, invece, alla valorizzazione necessaria del lavoro autonomo, che va promossa quotidinamente, nell’epoca dell’individuo: quella dell’iniziativa, dell’ingegnosità, dell’imprenditorialità, dell’intraprendenza (propria e dei collaboratori); che ripropone ipso facto, a livello individuale e collettivo, valori di operosità, di qualità dell’occupazione, di frugalità, d’intelligenza applicata, che possono attingere a grandi tradizioni artigiane e contadine.

Si pensi alla battaglia collegata per “iniettare” imprenditorialità a livello territoriale. Vale a dire, per la nascita e la crescita di una più ampia e migliore imprenditorialità e managerialità privata e pubblica, che abbia a cuore il cittadino ed i suoi valori portanti; che favorisca l’ascesa a tutti i livelli (piccoli, medi e grandi) delle imprese in un contesto di economia di mercato, di rafforzamento della posizione competitiva dei nostri territori, all’interno di un sistema mondiale in via di ulteriore liberalizzazione e globalizzazione. Si pensi alle tante esperienze che abbiamo saputo mettere in campo a tal proposito, da sud a nord. Al ruolo di esempio che esse rappresentano: come quello straordinariamente istruttivo di alcune “multinazionali tascabili” scaturite da questa impostazione.

Si pensi all’esigenza chiave della metamorfosi pubblica. E’ questo un terreno particolarmente faticoso e difficile dell’intervento, dove l’Italia, insieme a tanti altri paesi europei, soffre di un’arretratezza congenita che sembra arduo correggere. E’ dove “la lingua batte” quotidianamente; dove sentiamo di non dover lesinare gli sforzi. Eppure, se solo riuscisse a materializzarsi “da qualche parte” in Europa una volontà politica adeguata, la logica dei “late comer” potrebbe aiutarci a bruciar le tappe, tramite l’esperienza delle diaspore europee, il confronto con il mercato e quello con altri paesi – soprattutto i leader in questo campo (come il Canada, l’Australia, gli Stati Uniti, la Svizzera).

Si pensi, infine, alla vitalizzazione dei territori, decisiva per sperimentare i progressi possibili nei campi appena accennati (ed in altri ancora – come la cultura, la ricerca, il progresso tecnico, l’innovazione, l’economia della conoscenza ecc.): per mettere in moto a livello di base le nostre democrazie. E’ a questo proposito, soprattutto, che si è fatto le ossa questo nuovo modo di pensare e di agire: studiando le strutture produttive, promuovendo Pmi, l’emersioni di attività e lavoro irregolari, alcune forme consortili e cooperative, numerose piccole scuole imprenditoriali (anche in collaborazione con il Global Village for Future Leaders di Bethlehem – Penn), percorsi di up-grading per aspiranti imprenditori, iniziative pubbliche su piccola scala, presenze nuove e significative ai diversi livelli del sistema politico, di quello amministrativo, nella scuola.

 

Questa piattaforma di pensiero e d’intervento è andata maturando nel tempo ed ha oggi un punto di riferimento nell’Istituto Internazionale Colorni-Hirschman che abbiamo appena costituito. I miei collaboratori ed io intendiamo far conoscere in Europa il suo “modo di procedere” (a partire da Berlino, dove la piccola tradizione culturale europeista a cui ci ispiriamo emise i primi vagiti prima ancora dell’avvento di Hitler). Perché tale esperienza rappresenta un contributo corrispondente allo spirito dei tempi che intende andare incontro alle esigenze dei nostri concittadini europei e di chi intende battersi “per un mondo migliore” – come diceva Albert Hirschman. Perché non si limita ad analizzare la situazione e ad indicare cosa fare: insegna concretamente a farlo.

E perché, infine, può contribuire a dar vita ad un nuovo europeismo che potrebbe farsi luce dal basso e dalle periferie per rilanciare con una nuova logica (bottom-up, mutatis mutandis) il processo iniziato. E’ vero, infatti, che trasparenza, positività, affidabilità, empatia e “comune sentire” creano fiducia e questa, a sua volta, può rappresentare un ingrediente importante per voltar pagina in Europa. Ovvero per superare gli ostacoli, ritrovare la diritta via oggi (in parte) smarrita, a promuovere l’imprenditorialità, ad affrettare i processi d’integrazione in una logica fed-democratica… In modo da identificare, per gradi, una prospettiva d’incivilimento umano, che corrisponda al meglio delle tradizioni culturali europee e che (nello stesso tempo) risulti adeguata alle esigenze di emancipazione individuale e collettiva nostre, e del mondo più vasto che ci circonda.

 

¹Tavola rotonda su “Creare lavoro come aspetto chiave di ‘un nuovo europeismo’”. Parlamento europeo 17 giugno 2015. Traccia dell’intervento del prof. Luca Meldolesi.