di Luca Meldolesi(1)

L’emersione: cos’era costei? Qualcuno se ne ricorda ancora?
Per alcuni anni m’è stato quasi impossibile riconsiderare serenamente la questione dell’emersione2. A chi mi chiedeva, rispondevo che si tratta di un problema che può essere avviato a soluzione a due condizioni: un’economia in salute ed uno Stato che imbocca la strada del federalismo democratico – quel famoso “Stato amico che non si lascia imbrogliare” di cui parlavamo già alla fine del secolo scorso. Perché il riassorbimento del sommerso richiede una situazione congiunturale favorevole, una legislazione semplificata ed adeguata alle condizioni locali, una maggiore libertà di accordi locali tra le parti e un’iniziativa pubblica intelligente che vada incontro alle esigenze degli imprenditori “caffellatte” (come li ho a lungo chiamati) – tutte condizioni fuor di portata negli ultimi anni.
Queste conclusioni mi sembravano rappresentare un punto d’arrivo di tanto lavoro. Fortunatamente, la realtà m’ha smentito: una nuova prospettiva sembra fornire nuove gambe per correre a quella impostazione. Perché è vero che la situazione di crisi, come quella che stiamo attraversando, spinge al “si salvi chi può” – e dunque al nero e all’evasione (e che tale tendenza, che prelude talvolta alla dissoluzione pura e semplice dell’attività, trascina nel suo baratro le attività professionali ad essa collegate).
Ma è anche vero che, dopo tanto penare, qualcosa finalmente sembra cominciare a muoversi; e non solo nell’economia e nella gestione dello Stato. Esiste, infatti, a Mezzogiorno una contro-tendenza importante (per quanto parziale) che sta venendo alla luce. Alludo alla possibile via d’uscita privata dalle proprie difficoltà di cui si sta accorgendo uno parte delle PMI.
Questo importante “reperto” d’inchiesta sul campo emerge da zone diverse del Sud – dalla Sicilia (orientale) come dalla Campania (sud, centro e nord).
In quanto tale, esso richiede una breve riflessione.
Innanzitutto, se ripercorro rapidamente le fasi principali della “questione dell’emersione” che, con i miei collaboratori, mi ha condotto dall’Università al territorio, a Palazzo Chigi, al Ministero del Lavoro, alle associazioni delle zone industriali, alle scuole imprenditoriali, e mi domando “cosa c’è di nuovo sotto il sole”, la risposta è che uno strato superiore delle PMI caffellatte si sta rendendo conto dei propri limiti operativi e della necessità di superarli: è questo il dato nuovo, decisivo.
Di conseguenza, mentre un tempo quei piccoli e piccolissimi imprenditori erano solo interessati a risparmiare “qualcosa di soldi” tramite il commercialista (talvolta azzeccagarbugli), ora una parte della piccola imprenditorialità si apre, invece, ad un lavoro di consulenza, di apprendimento, di start up, di analisi di mercato, d’internazionalizzazione, di ristrutturazione, di temporary manager ecc3. Così facendo, essa crea una domanda di servizi corrispondente alle proprie necessità. Così a Sud (ma forse anche altrove) la professione aziendalista, nel vero senso del termine, comincia ad avere un senso che non aveva mai avuto4.

Com’è noto, l’idea dell’emersione tramite il rafforzamento delle imprese e l’affrancamento dall’illegalità era nata nella seconda metà degli anni Novanta sulle ali di un processo di industrializzazione leggera che si percepiva come ormai incipiente a Mezzogiorno5. Oggi, in tempo di crisi, il problema ha cambiato aspetto. Si tratta, evidentemente, di un’altra forma di emersione (e di sortita dalla minorità) – quella consentita da un balzo culturale e comportamentale che si riconosce indubbiamente nel solco produttivo delle tradizioni contadine ed artigiane meridionali; ma che, nello stesso tempo, migliora significativamente le performance aziendali e permette, in tal modo, di accedere alla legalità, al credito, all’innovazione, all’internazionalizzazione, avviando così un “circolo virtuoso”.

Un tempo questi aspetti positivi diventavano a portata di mano (e dunque afferrabili) sotto la spinta (eventuale) dello Stato amico soltanto – come è accaduto per l’appunto nelle esperienze Cuore del Comune di Napoli e di Field della Regione Calabria. Ora, invece, essi divengono praticabili per evoluzione interna della consapevolezza imprenditoriale che, risvegliata talvolta dalla fine dei finanziamenti pubblici (e magari dalla prospettiva di dover altrimenti chiuder bottega), crea finalmente una domanda di collaborazione privata – e questa, a sua volta, per effetto di connessione, crea intorno a sé una mobilitazione professionale di grande interesse.

Naturalmente, è un importante passo in avanti che non esaurisce la questione. Perché, per accelerare queste contro-tendenze positive, sarebbe straordinariamente utile uno “Stato amico” che finora non esiste. Ma questa – vien da pensare – potrebbe rappresentare eventualmente la “nuova frontiera” del processo in atto.

2-Per riepilogare, il dato nuovo, dedotto dal lavoro dei consulenti e dei manager meridionali con cui siamo in contatto, indica un miglioramento nell’atteggiamento generale di chi “fa impresa”6. D’altra parte, i piccoli imprenditori che si mettono su questa strada cercano spesso un dialogo con una sponda statale (locale e nazionale) che invece viene loro negato: il pubblico in Sicilia, in Campania ed altrove continua (fino a quando?) ad essere sordo e cieco. Se i nostri gruppi “Meglio” (nazionale e locali) riuscissero a superare tale steccato, i vantaggi produttivi ed occupazionali potrebbero essere significativi.

Le mini-scuole imprenditoriali della Sanità, di Stabia e ora di Giugliano in Campania in collaborazione con un Hub locale sono espressione di questo nuovo fermento e possono essere, a loro volta, un incubatore positivo di nuove tendenze private e pubbliche. Dobbiamo fare ogni sforzo perché sprigionino davvero il loro potenziale, in molte direzioni contemporanee.
“Metterei in risalto ancora di più – mi ha scritto Tommaso di Nardo a commento di quanto ho scritto fin qui – quello che mi sembra il cuore della questione: il prorompere di un certo dinamismo ‘privato’, che coinvolge professionisti, autonomi, imprese, nel sollecitare il tema cultura d’impresa. Questo perché si avverte un nuovo bisogno e perché gli imprenditori non vogliono più assistenzialismo, ma sviluppo. Vogliono mercati. Vogliono percorsi di ingegnerizzazione. Vogliono innovazione. Vogliono maturare come imprenditori senza cadere vittime del sistema finanziario e dello Stato (per non dire altro !). Anche i commercialisti lo hanno capito e stanno correndo ai ripari (in grande ritardo, però). Insomma il tema è azzeccatissimo. Sviluppiamolo. Magari anchereperendo qualche nuova micro-statistica, come ai tempi dell’emersione”. Concordo. Anzi, ringrazio Tommaso perché ha chiarito il punto meglio di quanto avrei potuto fare io.
Ed aggiungo che questo processo ha già oggi conseguenze sociali di grande significato. Perché la richiesta di “buona impresa” procede mano nella mano con quella di “buona occupazione”; ovvero di presa di distanza dall’assistenzialismo e dal lavoro fasullo.
Perché su questa strada le imprese incontrano tanti giovani attratti dalla prospettiva dell’imprenditorialità; ed anche quelli che si sono battuti contro la malavita, e magari hanno creato cooperative sociali che ri-utilizzano beni confiscati.
Molto si può costruire su quest’ultimo appuntamento – come una modifica della legislazione che si curi dell’aspetto imprenditoriale della questione: sia nell’attribuzione dei beni (che non vanno depauperati – e talvolta vandalizzati – come oggi accade, spesso per incuria e/o connivenza)7, sia nel loro impiego produttivo.
Qui è bene essere espliciti. Chi conosce la tesi hirschmaniana della conservazione e della mutazione dell’energia sociale sa bene che le lotte sociali possono essere l’anticamera dell’impegno economico. Ma sa anche che l’attività imprenditoriale non è una manna che scende dal cielo: va appresa (sul campo e fuori). E che, se (come spesso accade) questo aspetto non viene curato e ci si limita ad assegnare beni confiscati ed a fornire alle cooperative che li gestiscono finanziamenti d’avvio (privati o pubblici), invece di produrre una nuova classe dirigente (come s’intenderebbe fare), si finisce per creare una nuova condizione di dipendenza.
“Credo che il problema sia sempre lo stesso: – ha scritto giustamente Franco Cioffi – individuare e/o formare professionalità (manager) in grado di gestire i processi (start up, rilancio, gestione ordinaria ecc.) che assicurino alle attività/beni confiscati la competitività sul libero mercato”.

3- Infine, è bene domandarsi: possibile che il “fare meglio e di più con meno” (invece del famigerato “fare peggio e di meno con più” così comune a Mezzogiorno), non riesca a “sfondare” nel sistema pubblico meridionale – nelle amministrazioni locali e (soprattutto) nelle aziende partecipate?
Forse no; forse non è possibile. Quanto più la società riuscirà a rimettersi in sesto ed a camminare sulle proprie gambe, tanto più quella situazione diventerà stridente, lancinante in epoca di penuria di denaro pubblico. Per quanto inizialmente doloroso, qualche fallimento di partecipate decotte – mi sembra di capire dall’esperienza di Castellammare di Stabia – potrebbe aprire la strada ad una presa di coscienza e ad un “redressement” ormai indispensabili.
Sì, d’accordo – potrebbe però obiettare il lettore a questo punto. Ma l’emersione – non quella generale accennata fin qui, ma quella specifica di sortita dal sommerso? Come la mettiamo con la regolarizzazione progressiva delle imprese e del lavoro e con la lotta all’evasione? Beh, la questione resta quella che ho indicato all’inizio: il riassorbimento del sommerso richiede pur sempre una situazione congiunturale favorevole, una legislazione semplificata ed adeguata alle condizioni locali, una maggiore libertà di accordi territoriali tra le parti e un’iniziativa pubblica intelligente che vada incontro alle esigenze degli imprenditori “caffellatte”.

Conclusione: la strada è ripida e tortuosa, non discuto; ma forse (dico forse) il nuovo cammino del riscatto e dell’emersione meridionale comincia ad intravvedersi… Sogno o son desto?

 

(1) In collaborazione con Paolo Caputo, Roberto Celentano, Franco Cioffi, Tommaso di Nardo, Alessandro La Grassa e Francesco Messina. Per discussioni e commenti, ringrazio Vittorio Coda, Mario Minoja e Federico Visconti.
2 Com’erano andate le cose ha pesato indubbiamente su questo atteggiamento. Infatti il grande sforzo pluriennale delle politiche di emersione che aveva assorbito tante nostre energie, era stato affossato, infine, da una duplice intervento nordista: di destra e di sinistra. (Ma è varo anche che ho sfruttato, per qualche tempo, l’opportunità di poter prendere le distanze da quelle questioni per un bilancio dell’esperienza e per avviare una nuova “linea di produzione” delle mie ricerche: quella del federalismo democratico – Meldolesi 2009, 2010a e 2010b).

3 E’ un fenomeno che ha mostrato nel tempo caratteristiche differenti – come la riorganizzazione di imprese “politiche”, la riscoperta di potenzialità di tipo tradizionale (a portata di mano per piccole iniziative di capitalismo popolare), una maggiore consapevolezza rispetto ai pericoli dell’improvvisazione e delle derive assistenziali ecc. Via via che questi processi andavano manifestandosi, è stato possibile iniziare ad attrezzarsi professionalmente in modo ad essi corrispondente. E’ cominciato così a sbocciare, una nuova forma di lavoro con le imprese sgorgata per l’appunto dalla realtà, una nuova forma di lavoro con le piccole imprese.

4 Mi riferisco qui al fatto che, per ragioni di mercato, l’interesse degli “aziendalisti” meridionali è stato a lungo monopolizzato dalle aziende medie e grandi, soprattutto pubbliche; per non parlare degli economisti che, tranne qualche eccezione, non hanno mai creduto effettivamente nelle potenzialità del territorio, e quindi nella possibilità di uno sviluppo (innanzitutto) endogeno. (Si capisce allora, per contrasto, la temerarietà continuata ed aggravata, ma infine vincitrice, della nostra iniziativa).

5 Lo studio territoriale in loco, confrontato con ciò che era accaduto in precedenza in altre parti del Paese, aveva condotto ad avanzare l’ipotesi che l’industrializzazione leggera del Mezzogiorno avrebbe potuto avere successo, qualora fosse stata accompagnata da politiche pubbliche ad essa favorevoli. In seguito, il procedere della globalizzazione, con la grande espansione delle importazioni dall’Oriente, aveva però modificato le carte in tavola. La prospettiva era diventata meno rosea, ma il problema dell’irrobustimento delle PMI meridionali era rimasto al centro delle nostre preoccupazioni.

6 Dovremmo presto riunire in un convegno gli stakeholder relativi: per uno scambio di esperienze ed una riflessione accurata su questa evoluzione.

7 “La distruzione di valore avviene inevitabilmente – mi ha scritto Alessandro La Grassa – non appena il bene confiscato (impresa, terreno, fabbricato) viene affidato allo stato in attesa di essere assegnato. Tale distruzione (nella stragrande maggioranza dei casi) inizia già a partire dal sequestro, che, a differenza della confisca, è reversibile. Conosco diversi casi in cui aziende agricole sequestrate sono state riconsegnate ai loro proprietari (dopo anni di battaglie legali) in condizioni disastrose. A quel punto fra l’altro è naturale che i proprietari chiedano anche i danni allo Stato, con ulteriore esborso pubblico. Questo avviene perché il sequestro pone i beni in una specie di “Limbo” ( sarà confiscato o restituito?) aggravato dal fatto che spesso i tribunali chiamano a occuparsene degli avvocati o altri periti, che non hanno esperienza o attitudine imprenditoriale. Poiché il sequestro è sempre il primo passaggio nell’iter per la confisca è chiaro che tali beni, ma soprattutto le imprese, non possono sopravvivere ai tempi e alle modalità imposti dalle burocrazie giuridiche e di conseguenza l’eventuale confisca definitiva trova il bene/azienda già defunta (e quindi altri soldi pubblici/progetti per rimetterla in sesto)”. Morale della storia: è indispensabile “registrare” i funzionamenti della legge e puntare sull’imprenditorialità.