“Ma così non ci capiremo mai!” – m’è venuto da pensare al termine dell’ennesimo incontro semi-ufficiale (colmo di ambasciatori, direttori dei ministeri degli esteri, studiosi) , tra Italia e Germania che si è tenuto giovedì e venerdì a Roma alla Residenza Ripetta, in concomitanza con la presenza della Sig.ra Merkel a Firenze.

Le sessioni a cui Nicoletta ed io abbiamo assistito riguardavano la situazione ucraina ed i rapporti con la Russia, e poi l’evoluzione attuale e futura della Ue.

Perché m’è venuta da “pensarla” in quel modo? Perché, dopo aver ascoltato una dozzina d’interventi dal palco (ed altrettanti dalla sala), è diventato chiaro ai miei occhi che i rappresentanti (ufficiali ed ufficiosi) dei due paesi, nonostante il loro buon livello rispettivo, avevano imbastito, senza mai confessarselo, un dialogo tra sordi. “Ci vorrebbe una sessione di auto-coscienza!” – ho detto a Nicoletta, tra il serio ed il faceto.

Dedico questa letterina alla “vivisezione” di questo punto.

Per decifrare, dunque, un tal “geroglifico”, inizio dalla fenomenologia. Il personale italiano è gentile, giovane, flessibile, perspicace, attento: si capisce subito che, gravitando sugli esteri, è allenato a confrontarsi con il grande mondo che ci sovrasta (un po’ come accade ai nostri ufficiali). Peccato che ragioni di buona creanza (e vincoli di carriera) lo spingano a voler fare “bella figura” ad ogni costo; ed a nascondere, ipso facto, troppe verità sotto il tappeto…

Il personale tedesco è competente, interno alle problematiche, solido, dialogante ed anche contento di trovarsi a Roma provenendo da Berlino (so bene cosa voglia dire). Ma, al dunque, certe rigidità di pensiero si trasformano in arroganza: invece di capire gli altri, pretende che i suoi interlocutori si allineino il più rapidamente possibile allo standard tedesco. E’ come se dicesse: o l’Ue è tedesca o non è. Fortunatamente, è un bluff! – lo argomenterò più avanti.

A tal proposito, ricordo un episodio illuminante. Un onorevole dell’SPD, che peraltro aveva iniziato bene dicendo che per una logica del “contrappasso” Jean-Claude Junker sarà chiamato ben presto ad escogitare una politica anti-elusione fiscale per l’Ue, si è poi rivolto agli italiani dicendosi scandalizzato della corruzione emersa dai recenti fatti di Milano, Venezia e Roma. Nessun italiano ha avuto il coraggio di ribattere (come avrei certamente fatto io al loro posto) che, rispetto al degrado storico del Paese, quegli scandali sono benvenuti, perché mostrano che, finalmente, la lotta alla corruzione sta diventando in Italia una cosa seria…

Niente affatto: niente di tutto questo! Il silenzio imbarazzato che ha seguito quella filippica di parte tedesca ha finito, a mo avviso, per dar ragione coram populo… all’arroganza!

Poi però ho cominciato a ripensarci. Il mio slancio iniziale, ha cominciato ad assumere un significato dubitativo: “non ci capiremo mai?” – forse che sì, forse che no…

Nonostante i successi economici delle seconda metà del Novecento, l’Italia e la Germania ha ben poco da che gloriarsi di ciò che hanno combinato nel cosiddetto “secolo breve”. E non solo per le loro rispettive derive autoritarie che sono sfociate in una tragica alleanza foriera di Guerra Mondiale. Ma anche per l’epoca della Guerra Fredda che l’ha seguita, in cui la Germania ha dovuto vivere divisa in due, mentre l’Italia è stata solcata al suo interno da quella contrapposizione internazionale (una sorta di divisione “intima”, invece che esterna).

La conseguenza è stata che possenti ragioni geopolitiche hanno irrobustito alcune tendenze autoctone presenti nei rispettivi paesi. La Germania Occidentale ha sviluppato un’elevata concentrazione su se stessa, una specie di complesso di prima della classe (rispetto alla Francia, rispetto alla Gran Bretagna) come unico modo per risalire la china dopo la tragedia – un “sentimento collettivo” che è poi sboccato in un senso di superiorità verso tutti (lo si è potuto notare qui e là per l’intero convegno), inclusi naturalmente gli italiani (figurati!). L’Italia, invece, ha cercato di salvare le apparenze, mentre il bisogno di chiudere un occhio (e spesso due) soprattutto a Mezzogiorno per evitare l’accesso dei comunisti al potere ha facilitato l’estendersi senza requie di una metastasi patologica nazionale (e mentre l’estenuante processo politico successivo, prima e dopo la caduta del muro di Berlino ha bloccato di fatto il processo di modernizzazione dello Stato e del Paese).

Conclusione: gatta ci cova.

Germania ed Italia tendono a “coprirsi” ed a non “dire la verità, tutta la verità”: ci mancherebbe! L’arroganza tedesca e l’esigenza tutta italiana di far bella figura “non la contano giusta” – si dice nel profondo sud. Nello stesso tempo, sono (in un certo senso) uno strascico del passato, che, in quanto tale, potrebbe diventare obsoleto.

Infatti, negli ultimi tempi, mi sono andato convincendo che i due paesi ne guadagnerebbero notevolmente se confessassero, a se stessi e agli altri, la pura verità delle loro rispettive vicende. La Germania ha bisogno di condurre a noi (ed alle sue logiche conseguenze culturali e politiche) quella narrazione nazionale sofferta sul suo passato che è andata crescendo al suo interno dal Sessantotto ad oggi; e che adesso ha preso la forma matura di bilancio liberale e democratico dell’esperienza culturale e politica tedesca contemporanea. Se lo farà, capirà probabilmente fino in fondo ciò che un osservatore esterno può cogliere al volo visitando i monumenti minimalisti dell’Olocausto e riflettendo sulla loro capitale: una “città del destino”. Vale a dire, che il senso di superiorità arrogante che circonda i tedeschi è un sintomo di debolezza, molto più che di forza. Anzi, che è del tutto fuori luogo; che nuoce loro[1]. E che avrebbero tutto da guadagnare i tedeschi dal riconoscere semplicemente che la Germania ha bisogno come il pane di non esser lasciata sola, per sviluppare con “tutti quanti” una governance condivisa: in Europa e nel mondo.

L’Italia, d’altra parte, mi pare che si stia rendendo conto finalmente (anche se con enorme fatica culturale e politica) della sua situazione degradata e della necessità di combatterla a viso aperto.

 

Sì, d’accordo, si potrebbe obiettare, ma nel frattempo gli incontri italo-tedeschi continuano ad avere in cartellone le solite “lucciole per lanterne”. Eppure, anche qui un dubbio mi assale. Perché l’insistenza tedesca ha indubbiamente un risvolto positivo (quello della decenza!), che sta facendo breccia sui comportamenti italiani.

E se fosse vero anche un viceversa? – mi sono chiesto. E se le buone creanze italiane finissero per convincere una parte almeno del personale tedesco che conviene loro cercare di capire i loro interlocutori, che è bene abbandonare al suo destino quella prosopopea che genera tanti equivoci – ed a cui, per mille ragioni (sia detto tra parentesi), non possono far seguire una vera leadership europea?

Sperar non nuoce!

 

Luca M.

 

 

[1] Ricordo in proposito una battuta di Albert Hirschman: ad un giornalista tedesco che gli chiedeva cosa possono fare i tedeschi per gli americani, rispose: riconoscere apertis verbis il loro genocidio, aiuterà gli americani a riconoscere il loro.